Itinerario a Detroit: tour tra motori e storia nei luoghi della Ford

 

Detroit è sinonimo di motori – non a caso è la “Motor City” per eccellenza – ma è soprattutto la città della Ford. Esplorare i luoghi legati a questa industria, e alla famiglia che l’ha fondata, è forse il modo più affascinante per scoprire la città e un pezzo di storia americana.

Un itinerario che si può percorrere da solo in un paio di giorni, oppure da inserire in un viaggio più lungo in città (qui trovate un itinerario di tre giorni, per approfondire e organizzare il vostro viaggio a Detroit), ma che consiglio di non saltare del tutto, perché porta a visitare alcuni tra i luoghi più affascinanti della Motor City.

Quella dei Ford è la storia di una grande azienda, ma anche una vera e propria saga familiare fatta di intuizioni geniali e scontri generazionali. Quindi, per chi già non la conosce, vale la pena scoprire un po’ della loro storia prima di addentrarci nei luoghi che ne sono stati il palcoscenico.
Henry Ford è nato nel 1863 in una fattoria di Dearborn, una cittadina a 15 km da Detroit che oggi fa parte dell’area metropolitana della città. Henry detestava il lavoro nei campi ed era ossessionato dalla meccanica. Per questo, ancora ragazzino, lasciò la fattoria per andare a fare l’apprendista nelle officine della città. Trovò lavoro come ingegnere per Thomas Edison e passava ogni momento libero chiuso nel capanno dietro casa a studiare i motori a scoppio, finché nel 1896 riuscì a costruire il suo primo rudimentale veicolo su quattro ruote, il “Quadriciclo”. Convinto di avere il futuro tra le mani, si licenziò e trovò dei finanziatori per iniziare a produrre automobili. I suoi primi passi da imprenditore, però, furono un disastro: dopo un paio di tentativi fallimentari (pensate che una delle sue prime società venne sciolta e riorganizzata dai vecchi soci dopo la sua uscita, diventando nientemeno che la Cadillac), nel 1903 fondò la Ford Motor Company insieme a dodici nuovi investitori. In testa aveva un’idea tanto semplice quanto difficile da attuare: era convinto che l’automobile non dovesse essere un bene di lusso, ma una comodità alla portata di tutti.
Seguendo questa idea, nel 1908 nacque la Model T, un’auto semplice, robusta ed economica. Il vero capolavoro di Ford non fu tanto il modello in sé, bensì il modo in cui veniva costruito: nel 1913, per far fronte all’enorme richiesta, introdusse la catena di montaggio mobile. Il tempo per assemblare un’auto crollò da dodici ore a poco più di un’ora e mezza, così i prezzi scesero drasticamente. Per evitare che gli operai si licenziassero a causa della monotonia estrema del lavoro in catena di montaggio, Ford raddoppiò la loro paga, portandola a 5 dollari al giorno.
Nonostante il successo globale, Henry Ford rimase un accentratore, spesso paranoico e incapace di delegare. Suo figlio Edsel Ford invece, nominato presidente dell’azienda nel 1919, era l’esatto opposto: elegante, appassionato d’arte e convinto che le automobili dovessero essere anche belle, non solo funzionali. Fu proprio lui a spingere per l’acquisizione della Lincoln e a fondare la Mercury, portando il design in un’azienda che pensava solo ai numeri. Il rapporto tra padre e figlio fu segnato da continue umiliazioni pubbliche e sabotaggi da parte di Henry, che non accettava i cambiamenti proposti da Edsel. Una tensione logorante che si interruppe solo con la morte prematura di Edsel nel 1943.


Alla morte del figlio, l’anziano Henry riprese il controllo, ma l’azienda era ormai nel caos e, durante la Seconda Guerra Mondiale, perdeva milioni di dollari al mese. Fu il nipote ventottenne, Henry Ford II – soprannominato “Hank the Deuce” – a prendere le redini nel 1945 e a salvare l’azienda dal collasso. Licenziò i vecchi dirigenti fedeli al nonno, assunse brillanti analisti ex-militari (i famosi “Whiz Kids”) e rilanciò il marchio verso la modernità. Sotto la sua guida nacquero icone come la Thunderbird e la Mustang, e fu sempre lui a orchestrare la celebre vendetta sportiva contro Enzo Ferrari, trionfando alla 24 Ore di Le Mans nel 1966 (per saperne di più su questo guardate il film “Ford VS Ferrari”).
Ancora oggi, pur essendo una delle multinazionali più grandi al mondo e tra le più forti del settore automotive globale, la famiglia Ford mantiene ancora il controllo dell’azienda, con a capo del consiglio di amministrazione William Clay Ford Jr. – noto come Bill Ford – pronipote diretto di Henry.

Per toccare con mano e visitare i luoghi protagonisti di questa saga familiare, di seguito trovate un dettagliato itinerario, abbastanza lineare, a Detroit nei luoghi della Ford.

Iniziamo dal punto più lontano del percorso: Grosse Pointe. Qui si trova – oltre ad alcune location di Gran Torinola casa di Edsel e Eleanor Ford, un cottage che sembra uscito direttamente da un paesino delle Cotswolds (a cui si sono effettivamente ispirati).
L’ingresso alla tenuta è riconoscibile dall’imponente Gate Lodge in arenaria scura, che fa quasi pensare a una fortezza medievale e, varcata la soglia, ci si ritrova in una tenuta di 87 ettari affacciata sul lago St. Clair. Si parte dal Visitor Centre, che dà il benvenuto ai visitatori in un bellissimo e accogliente salone con un grande camino rettangolare su cui svettano i ritratti di Edsel e Eleanor; una mappa 3d della tenuta; una sala in cui sono esposti il primo prototipo della Lincoln Continental del 1939 e due modelli del Model 40 Special Speedster del 1934.
Dal Visitor Centre, un pullmino raccoglie i visitatori, per portarli direttamente di fronte alla casa.
Progettata nel 1926 da Albert Kahn, la dimora fu costruita usando pesanti tegole in pietra posate da artigiani arrivati appositamente dall’Inghilterra, per donare alla tenuta quell’aspetto da antico cottage inglese. Uno stile che desideravano al punto da far smontare e spedire via nave interi pezzi di antiche tenute europee per incastrarli nella loro nuova casa. Per questo, visitandola, ci si ritrova a salire una scalinata in legno del Seicento recuperata dal Lyveden Manor, o a fermarsi nella mastodontica Galleria davanti al camino in pietra e alle pareti in quercia scolpita, entrambi salvati dalla demolizione di una villa inglese del XVI secolo. La ricerca di quell’atmosfera d’altri tempi fu così rigorosa che la sala da pranzo formale venne progettata senza luci elettriche, per essere illuminata esclusivamente a lume di candela. Inoltre, Edsel ed Eleanor, profondi amanti dell’arte e tra i maggiori mecenati del Detroit Institute of Arts, arricchirono la casa di dipinti e opere d’arte originali, gran parte dei quali sono stati donati al museo cittadino dopo la morte di Eleanor e sostituiti da riproduzioni fedeli. Solo due tele autentiche sono rimaste nel salotto della casa: una di Cézanne e una di Diego Rivera.
Accanto all’antico, però, la casa nasconde dettagli inaspettati: la cucina dall’aspetto rustico è dotata di ripiani in puro argento massiccio, scelti per le naturali proprietà antibatteriche del metallo, mentre nello studio privato di Edsel un insospettabile pannello di legno cela la camera oscura dove sviluppava le sue fotografie. Negli anni ’30 alcuni ambienti vennero poi svecchiati dal designer Walter Dorwin Teague, che progettò la “Modern Room”, in puro stile Art Déco, e un modernissimo bagno in vetro strutturale grigio per il figlio Henry II.
Nonostante i pezzi di inestimabile valore, questa rimaneva una casa intensamente vissuta dai quattro figli della coppia. A testimonianza, oltre agli innumerevoli oggetti di famiglia in ogni sala, nel parco sorge ancora la “playhouse” regalata loro nel 1930 dalla nonna Clara: una vera villetta in miniatura in stile Tudor con impianto idraulico ed elettrico funzionanti.

Fuori dalle mura, l’immenso parco di 87 ettari fu affidato a Jens Jensen, leggendario architetto paesaggista famoso per il suo approccio selvaggio e naturale e l’odio per i paesaggi formali e finti. Fu lui a ideare la “long view”, un tortuoso viale d’ingresso che nasconde la casa tra gli alberi fino all’ultimo secondo, per poi svelarla come un colpo di scena teatrale.
Quando Eleanor gli chiese di realizzare un roseto geometrico, minacciò di abbandonare i lavori – come aveva già fatto anni prima per una discussione simile con il vecchio Henry Ford. Alla fine, trovarono un compromesso: le rose vennero piantate, ma nascoste dietro una fitta quinta di arbusti, in modo da non rovinare l’illusione del prato incontaminato che scivola dolcemente verso le acque del lago St. Clair.
A volere che questa casa fosse accessibile a tutti, fu proprio Eleanor: alla sua morte, nel 1976, lasciò precise disposizioni nel testamento affinché l’intera proprietà venisse aperta al pubblico. Il suo desiderio era che la tenuta non diventasse un mausoleo chiuso, ma un luogo vivo: voleva che chiunque potesse passeggiare in quei salotti e in quei giardini, trasformando il rifugio privato dei Ford in un patrimonio condiviso con l’intera comunità.

Ci spostiamo nel quartiere di Milwaukee Junction, una zona che, grazie all’incrocio strategico delle linee ferroviarie commerciali, agli inizi del Novecento era l’equivalente automobilistico dell’attuale Silicon Valley.
Qui, al 461 di Piquette Avenue troviamo un massiccio edificio di tre piani, che salta subito all’occhio con i suoi mattoni rossi. Disegnato dallo studio Field, Hinchman& mith per somigliare a una fabbrica tessile, con le sue 355 enormi finestre pensate per garantire luce e aria agli operai, è oggi l’impianto automobilistico più antico al mondo aperto al pubblico.
Una volta entrati, camminerete sugli stessi pavimenti in legno graffiati dagli pneumatici delle prime dodicimila vetture prodotte qui dentro, passerete sotto porte tagliafuoco in metallo che riportano ancora la scritta originale sbiadita “Positively NO Smoking” e salirete al piano superiore con il vecchio montacarichi usato all’epoca per le merci. Vi sembrerà di fare un vero e proprio salto indietro nel tempo, perché tutto – o quasi – qui è stato mantenuto il più possibile uguale a come era all’epoca in cui venne costruita e utilizzata per produrre le prime vetture Ford. Tra il primo piano – riaperto al pubblico nel 2023 dopo decenni di chiusura – e i livelli superiori, sono esposti oltre 65 veicoli d’epoca.
A differenza dell’immenso e più ricco museo di Henry Ford, che non le espone mai tutte contemporaneamente, questo è l’unico posto al mondo in cui è schierata l’intera gamma alfabetica delle origini: dai rarissimi Modelli A, B, C, F, K, N, R, S, per culminare con una scintillante Model T rosso carminio del 1908. Eppure, il vero cuore pulsante dell’edificio si nasconde al terzo piano, nell’angolo nord-est, isolata dal resto della produzione: l’Experimental Room, una stanza segreta di circa 80 mq che Henry Ford teneva serrata con un lucchetto. Chiunque si avvicinasse a quella porta senza far parte del team di sette ingegneri scelti, sarebbe stato licenziato in tronco il giorno stesso. Proprio per questa segretezza maniacale non esistono fotografie originali e la stanza è stata ricostruita fedelmente solo grazie alle interviste storiche di chi ci lavorò. È qui che venne concettualizzato, disegnato e costruito il prototipo della Model T.
Una volta costruita l’automobile alla portata di tutti, la seconda sfida per la Ford fu convincere la gente a comprarla, perché all’epoca il pubblico era abituato ad andare a cavallo ed era terrorizzato dalle automobili. É per questo che nell’area dedicata alle prime concessionarie ideate da Ford e dal socio James Couzens – dove oggi è possibile salire su una Touring del 1915 e suonare il clacson – ci sono finte palme tropicali: un trucco psicologico suggerito dallo stesso Ford per creare un’atmosfera rilassante e calmare i nervi dei clienti… e sembra funzionasse, tanto che dopo pochi anni la produzione esplose e la Ford fu costretta a trasferirsi nel gigantesco impianto di Highland Park, vendendo la Piquette Avenue Plant alla Studebaker.

Tip: Potete visitarla in solitaria oppure – e ve lo consiglio – accompagnati dalle guide volontarie, per lo più ex operai Ford in pensione, che possono raccontarvi anche aneddoti curiosi e affascinanti. Inoltre, se andate nel periodo natalizio, al primo piano troverete un mercatino natalizio allestito tra le vetture d’epoca e Babbo Natale dentro una vecchia Ford!

Per la penultima tappa dell’itinerario torniamo a Deaborn – luogo di nascita di Henry Ford – precisamente a Oakwood Boulevard, per visitare l’Henry Ford Museum of American Innovation.
Nel 1916, durante un’intervista, Ford dichiarò:

La storia è più o meno una farsa. È tradizione. Noi non vogliamo la tradizione, vogliamo vivere nel presente e l’unica storia che valga qualcosa è quella che costruiamo oggi. Questo è il problema del mondo. Viviamo nei libri, nella storia e nella tradizione: noi vogliamo allontanarci da tutto ciò e occuparci dell’oggi. Abbiamo guardato troppo indietro. Quello che vogliamo fare, e farlo in fretta, è creare la storia proprio ora.

Originale: “History is more or less bunk. It is tradition. We don’t want tradition. We want to live in the present, and the only history that is worth a tinker’s dam is the history we make today. That’s the trouble with the world. We’re living in books and history and tradition. We want to get away from that and take care of today. We’ve done too much looking back. What we want to do and do it quickly is to make just history right now.”

La dichiarazione venne fraintesa, attirando diverse critiche. In realtà, Ford disprezzava solo la storia dei libri di scuola, fatta di generali e guerre. Voleva celebrare chi si sporcava le mani: inventori, contadini, operai. Accorgendosi che l’America pionieristica stava scomparendo – spazzata via proprio dalla rivoluzione industriale che lui stesso aveva innescato – iniziò a comprare compulsivamente macchinari e oggetti quotidiani per salvarli dalla distruzione, per costruire un luogo didattico dove le persone potessero imparare l’ingegno. Per questo l’Henry Ford Museum of American Innovation non è un museo delle automobili Ford, ma della storia americana raccontata tramite le innovazioni della vita quotidiana.
Il progetto per la costruzione dell’edificio venne affidato all’architetto Robert O. Derrick, il quale suggerì di emulare l’Independence Hall di Philadelphia, poiché nessun edificio sarebbe stato più adatto a custodire la storia americana del luogo esatto in cui la nazione era nata. Ford, ossessionato dall’idea di preservare lo spirito del Paese, si innamorò all’istante dell’idea e non badò a spese per ricreare la struttura mattone su mattone.

Lungo il percorso espositivo del museo – che raccoglie circa 26 milioni di manufatti! – ci si può imbattere nella Allegheny, una delle locomotive a vapore più grandi e potenti mai costruite (40 metri di lunghezza per 600 tonnellate di peso); nell’originale Wienermobile, l’automobile a forma di hot dog della Oscar Mayer costruita nel 1952; nel profilo a forma di proiettile del Goldenrod, il bolide che negli anni ’60 sfondò il record di velocità su terra a oltre 650 chilometri orari; nel vero pullman in cui Rosa Parks fece la storia nel 1955, abbandonato per decenni ad arrugginire in un campo dell’Alabama prima di essere rintracciato, acquistato dal museo e restaurato con cura; nella SS-100-X, la Lincoln Continental decappottabile del 1961 su cui viaggiava John F. Kennedy il giorno del suo assassinio a Dallas. Una curiosità riguardo questo importante veicolo presidenziale: dopo la tragedia di Dealey Plaza l’auto non venne distrutta per rispetto. Al contrario, il governo decise che farne una nuova costava troppo: la fecero ripulire, blindare, le saldarono un tetto fisso antiproiettile e la dipinsero di nero, facendola usare a Johnson, Nixon e Ford per altri sedici anni prima di donarla al museo per esporla permanentemente.ù


Proseguendo la visita, si possono vedere anche la teca che custodisce la sedia originale in velluto rosso su cui sedeva Abraham Lincoln al Ford’s Theatre, gli aerei originali che hanno fatto la storia del volo commerciale e l’unico prototipo al mondo della Dymaxion House. Progettata nel 1946 dall’eccentrico architetto Buckminster Fuller, è una casa circolare in alluminio che assomiglia a un disco volante. Fuller voleva rivoluzionare l’abitare creando una struttura economica, prodotta in serie in fabbrica, leggera ma capace di resistere ai tornado, dotata di armadi rotanti e sistemi di filtraggio dell’acqua. Si rivelò un enorme fallimento commerciale e quest’unico prototipo venne acquistato e abitato per decenni da un azionista del progetto in Kansas che infine lo smontò per donarlo al museo, dove venne riassemblato pezzo per pezzo.
Henry Ford voleva preservare lo spirito di chi osava, non importa se con successo o con pesanti fallimenti. Questa sua ossessione per l’ingegno ha anche una sorta di “oggetto sacro”: la fiala contenente l’ultimo respiro di Thomas Edison. Quando il grande inventore stava per spirare, Ford convinse il figlio di Edison a posizionare una provetta vicino alla bocca del padre, per catturarne e sigillarne l’ultimo respiro. E ancora oggi è lì, esposto come altarino sacro alla genialità.

Appena fuori dalle porte del museo, si trova il Greenfield Village, un villaggio di oltre trenta ettari che catapulta indietro nel tempo.
Non potendo mettere sotto vetro intere abitazioni, Ford decise letteralmente di sradicarle dalle loro fondamenta originali in giro per gli Stati Uniti, caricarle sui treni e rimontarle qui, asse dopo asse. Quando Henry Ford decise di preservare l’America rurale e artigiana, lo fece con la stessa tenacia e le stesse risorse illimitate che utilizzò per qualsiasi altra parte della sua incredibile collezione: comprò gli edifici storici originali sparsi per l’intera nazione, li fece smontare e spedire a Dearborn per ricostruirli. Passeggiare qui significa girare su una Model T, ritrovarsi davanti la vera bottega di biciclette di Dayton, Ohio, in cui i fratelli Wright progettarono il primo aeroplano, il laboratorio di Menlo Park in cui Thomas Edison perfezionò la lampadina (pensate che per mantenere intatta l’autenticità del luogo, Ford non si limitò a trasferire l’edificio dal New Jersey, ma pretese che venissero scavati e spediti in treno anche svariati vagoni della terra originale su cui la struttura poggiava), la casa in cui nacque lo stesso Henry, tribunali di frontiera e fucine in cui veri artigiani lavorano ancora il vetro e il ferro.

L’ultima tappa della visita al museo – che prende l’intera giornata praticamente – è il Ford Rouge Factory Tour, che si raggiunge tramite navette che partono a intervalli regolari dal piazzale fuori al museo.
Il River Rouge Complex – costruito tra gli anni ’10 e ’20 – era un’infrastruttura colossale con oltre centosessanta chilometri di binari interni: da una parte entravano minerale di ferro grezzo, sabbia e gomma, dall’altra usciva un’automobile completa. Centomila operai varcavano questi cancelli ogni giorno, spesso lottando duramente per i propri diritti in un clima di tensione perenne che culminò, nel 1937, nella sanguinosa “Battaglia del Cavalcavia” tra sindacalisti e vigilantes dell’azienda.
Oggi il Rouge è ancora operativo. Il tour mostra e racconta la catena di montaggio: camminando su un sistema di passerelle sospese a pochi metri dalle linee, si osserva il lavoro di operai specializzati e giganteschi bracci robotici arancioni intenti ad assemblare l’F-150, il pick-up più venduto d’America. C’è odore di gomma nuova e solventi, ci sono le scintille delle saldatrici e c’è un frastuono ritmico e metallico. Unica concessione alla modernità ecologica: il tetto della fabbrica è uno dei “tetti viventi” più grandi del mondo, con oltre quattro ettari di vegetazione voluti da Bill Ford negli anni 2000 per filtrare l’acqua piovana e isolare l’enorme capannone.

Infine, un consiglio gastronomico fortemente legato alla Ford: il Ford’s Garage Restaurant, l’unico ristorante ufficialmente autorizzato dalla Ford Motor Company. Anche qui si fas un tuffo indietro nel tempo, ritrovando in una tipica stazione di servizio degli anni Venti. Sospesi sopra l’enorme bancone in rame o parcheggiati direttamente tra i tavoli, troneggiano veri veicoli d’epoca, come le storiche Model T e Model A, con tanto di fari accesi. Ogni dettaglio è curatissimo e, ovviamente, marchiato Ford (perfino i panini!): i lavandini dei bagni sono ricavati da vecchi pneumatici con l’acqua che sgorga da vere pistole per il rifornimento di benzina, i tovaglioli sono i classici stracci blu da officina arrotolati dentro vere fascette stringitubo in metallo e i camerieri servono ai tavoli indossando camicie da meccanico.
I panini sono ottimi – e con nomi a tema – e c’è anche una buona scelta di birre artigianali del Michigan. Il posto ideale per concludere – o intervallare – questo itinerario!

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