“So, this is where God put the West.”
John Wayne
Quindi, è qui che Dio ha messo il West. Con queste poche parole, dedicate alla Monument Valley, John Wayne descrive anche ciò che lo Utah rappresenta per tutto il mondo: la terra promessa dei film western.
Senza dubbio fu grazie a John Ford, che si innamorò delle sue rocce di arenaria rossa, delle guglie isolate scolpite dal vento e degli spazi sterminati che si perdono all’orizzonte, decidendo di girare qui i suoi film più di successo, regalando il West all’immaginario collettivo.
Pensare però che lo Utah sia solo Vecchio West e Parchi naturali, è un errore che rischia di far perdere paesaggi incredibili e meravigliose location cinematografiche appartenenti ad altri generi. Lo Utah offre un territorio dalla storia profonda e complessa, capace di trasformarsi, a poche decine di chilometri di distanza, in pianeti alieni inesplorati, nelle aule istituzionali di Washington, nei corridoi dei musical adolescenziali più amati e in tanto altro ancora.
Prima che arrivassero le macchine da presa, lo Utah fu il palcoscenico di un’epopea reale altrettanto grandiosa: nel 1847, i pionieri mormoni guidati da Brigham Young attraversarono le montagne in cerca di un luogo dove poter praticare liberamente la propria fede, lontani dalle persecuzioni. Affacciandosi sulla Salt Lake Valley, Young pronunciò la storica frase “This is the place”, “Questo è il posto”, fondando quello che oggi è lo Stato del “Deseret” (l’ape operaia, simbolo di laboriosità). L’impronta mormone ha modellato l’architettura, la cultura e l’ordine delle città dello Utah, creando un contrasto affascinante tra la rigidità delle sue istituzioni storiche e l’assoluta, selvaggia libertà dei suoi parchi naturali.
Lavorando sul campo per il progetto Through the Lens in collaborazione con Visit Utah, Discover Moab, Base Camp Kanab e Bryce Canyon Country, ho studiato, creato e percorso un itinerario straordinario per scoprire le meraviglie storiche e naturali di questo bellissimo Stato attraverso i luoghi del cinema e lo Utah Film Trail.

Cos’è lo Utah Film Trail?
Nel preparare un viaggio nello Utah, cercando informazioni potrebbe capitarvi di leggere lo slogan “Utah. America’s Film Set.®”.
Si tratta di un marchio registrato, un motto fieramente istituzionalizzato dalla Utah Film Commission, che riassume una grande verità: per il cinema, l’intero Stato è un immenso teatro di posa a cielo aperto.
Agli albori di Hollywood, gli studios erano abituati a ricostruire i loro mondi nei backlot (i terreni sul retro dei teatri di posa californiani), ma la maestosità della natura non poteva essere replicata in quei piccoli spazi. Lo Utah offriva un gigantesco set già pronto, con una varietà geologica capace di trasformarsi in qualsiasi mondo i registri desiderassero. A capire questo potenziale per primi furono Chauncey e Gronway e Withney Parry, due intraprendenti fratelli di Kanab. Nel 1924 misero sottobraccio un album di fotografie dei loro spettacolari canyon e si presentarono fisicamente a Hollywood per convincere i produttori a uscire dagli studios. L’intuizione fu geniale e quell’anno portarono in Utah il regista Lynn Reynolds e tutta la troupe della Fox Film Corporation per girare il film muto The Deadwood Coach, il primo film girato nello Utah. Fu solo l’inizio di un legame che, come documenta magistralmente James V. D’Arc – storico del cinema ed ex curatore del Motion Picture Archive della Brigham Young University – nel suo saggio “When Hollywood Came to Utah”, avrebbe attirato nello Stato oltre mille produzioni.
Per onorare questa lunga e intensa relazione, nel 2024 la Utah Film Commission ha celebrato ufficialmente i cento anni di produzioni cinematografiche e televisive inaugurando lo Utah Film Trail, una vasta rete di itinerari tematici che copre l’intero Stato. Il percorso è scandito da decine di targhe commemorative – i “Film Trail Markers” – installate nei punti esatti in cui sono state girate le scene dei film.
Dialogando con i referenti della Utah Film Commission e della Moab to Monument Valley Film Commission (la film commission più antica al mondo!) per le mie ricerche, è emerso chiaramente quanto queste istituzioni lavorino per mantenere viva l’eredità di queste location, trasformando l’esplorazione del territorio in un vero e proprio percorso di scoperte e storie cinematografiche.

Ecco l’itinerario completo, tappa per tappa, per scoprire le bellezze dello Utah attraverso la lente del cinema (approfondirò poi ogni tappa con articoli dedicati, perchè ogni luogo merita molto più di un semplice paragrafo).
St. George
Fondata nel 1861 dai pionieri mormoni inviati da Brigham Young per coltivare cotone – motivo per cui la zona è ancora oggi soprannominata la “Dixie” dello Utah – St. George è il perfetto crocevia geologico in cui il deserto del Mojave incontra l’altopiano del Colorado. Il clima è più mite rispetto al resto dello Stato, e il paesaggio è dominato da maestose scogliere di roccia vulcanica che si accendono di colori caldi al tramonto.
Un contrasto che si riflette anche nella sua anima cinematografica: da un lato quella dello Snow Canyon State Park, che con le sue dune pietrificate e la roccia lavica nera ha ospitato le disperate cavalcate di Paul Newman e Robert Redford per sfuggire dalla posse – nel gergo del Vecchio West, una squadra di cittadini armati che venivano radunati e autorizzati temporaneamente dallo sceriffo per dare la caccia ai fuorilegge – in Butch Cassidy (1969); dall’altro i verdissimi campi da golf dell’Entrada Country Club, meglio conosciuto come “Lava Springs Country Club”, il set delle coreografie estive di High School Musical 2. E qui vi svelo un piccolo dietro le quinte: per girare in estate in mezzo al deserto, il cast si ritrovò a ballare con temperature che superavano i 45 gradi! La Disney dovette allestire enormi tende climatizzate a bordo prato per evitare che i ballerini svenissero durante le riprese!
Oltre ai set, il centro storico merita una sosta approfondita per visitare la Brigham Young Winter Home, dove poter comprendere la dura storia dei pionieri; alzate lo sguardo per vedere il Tempio di St. George, un edificio candido che si staglia contro la roccia rossa; salire al Pioneer Park per una vista panoramica impareggiabile su tutta la vallata… qui, non perdetevi la scritta bianca “DIXIE” sulla Dixie Rock!
Per chiudere, passeggiate lungo Main Street, una zona vivace caratterizzata da un mix di edifici moderni e storici.
Grafton
Nascosta a sud dell’imponente Zion National Park e lambita dalle acque del fiume Virgin, Grafton è la città fantasma più famosa e fotografata del West americano. Fondata nel 1859 da famiglie mormoni, la sua storia fu breve e travagliata: le continue inondazioni e l’isolamento spinsero gli abitanti ad abbandonarla definitivamente agli inizi del Novecento, lasciandola intatta e sospesa nel tempo.
Il silenzio irreale di questo luogo venne interrotto diverse volte dalle macchine da presa per girare le scene di diversi film, ma una in particolare è quella più memorabile: la romantica scena in cui Paul Newman pedala spensierato con Katharine Ross in Butch Cassidy, accompagnato dalle note di “Raindrops Keep Fallin’ on My Head” (che Redford trovava inadatta al genere del film, ma dovette ricredersi quando vinsero l’Oscar come Miglior Colonna Sonora Originale).
Da perfezionista qual era, Newman pretese di girare la scena senza controfigure, trasportando lui stesso l’attrice sul manubrio. Ci riuscì quasi per intero: la produzione lo costrinse a farsi da parte e a usare uno stuntman solo per l’ultimissima inquadratura, quella in cui la bicicletta si schianta all’indietro sfondando una staccionata di legno.
L’importanza cinematografica di Grafton però non finisce qui, perché pur essendo solo una ghost town, detiene un primato fondamentale per il cinema: è stata la prima vera e propria location cinematografica del cinema sonoro. Nel 1929, per la prima volta, la troupe uscì dagli studi per filmare in un luogo reale e venne proprio a Grafton, dove prese vita “In Old Arizona”, il primo film parlato girato fuori dagli studi cinematografici, nominato a 5 premi Oscar).
Per scoprire a fondo una delle ghost town più affascinanti d’America, si deve visitare la vecchia scuola del 1886, la chiesetta restaurata e l’unica casa rimasta in piedi, dove si trova il cappello – che si può indossare – del vero Butch Cassidy. Prima di andare via, una sosta la merita il piccolo cimitero dei pionieri dove ci sono ancora le tombe degli abitanti di Grafton e dei Nativi Americani che vivevano nella zona.
Essendo a un passo da Springdale, Grafton è la deviazione ideale da abbinare all’esplorazione dello Zion National Park.

Cedar City
Conosciuta in tutto lo Stato come la “Festival City USA”, Cedar City è una cittadina vivace ed elegante, incastonata a metà strada tra i deserti rossi del sud e le fresche foreste alpine del nord, a un passo dallo spettacolare anfiteatro naturale del Cedar Breaks National Monument. Il suo celebre soprannome deriva dalla fitta rete di eventi culturali che animano le sue strade, il cui indiscusso fiore all’occhiello è lo Utah Shakespeare Festival. Nata nel 1961 come piccola rassegna estiva universitaria, questa manifestazione è cresciuta a dismisura diventando a tutti gli effetti una colossale compagnia teatrale stabile e professionale. Il suo livello è così alto da averle fatto vincere un Tony Award (l’equivalente dell’Oscar per il teatro) proprio come miglior teatro regionale d’America. Durante i mesi estivi e autunnali, l’intera cittadina si trasforma: le piazze attorno all’università si riempiono di attori in sfarzosi costumi d’epoca, musici, spettacoli all’aperto e un’atmosfera vibrante che rende Cedar City un vero e proprio palcoscenico a cielo aperto.
Fuori dalle classiche rotte turistiche, per gli amanti del cinema e delle location cinematografiche, Cedar City ha un’importanza storica rilevante: è proprio qui che, nel 1924, l’intuizione dei fratelli Chauncey, Gronway e Whitney Parry prese vita. Prima di spostarsi a sud e aprire il Parry Lodge di Kanab, i fratelli gestivano i trasporti in quest’area. Quando convinsero Hollywood a girare The Deadwood Coach in Utah, la troupe e le pesanti attrezzature arrivarono con i vagoni merci proprio al capolinea ferroviario di Cedar City. I Parry si improvvisarono autisti e facchini, usando la città come primissimo campo base per trasportare il divo Tom Mix verso i canyon (questa dei fratelli Parry è una storia incredibile che merita il giusto approfondimento e che vi racconterò per bene!). Da quel momento, le montagne e le ferrovie circostanti hanno continuato a ospitare grandi classici, dal kolossal La via dei giganti (Union Pacific, 1939) fino a La più grande avventura (1939) di John Ford.
Quando siete qui, oltre a godervi il fitto calendario di eventi teatrali o le mostre del Southern Utah Museum of Art, prendetevi mezza giornata per guidare lungo la pittoresca Scenic Byway 14. Vi porterà fino ai quasi 3.000 metri di altitudine del Cedar Breaks National Monument: un anfiteatro di roccia calcarea rosa e arancione strutturalmente simile al Bryce Canyon, ma molto meno affollato, decisamente più fresco e circondato da rigogliosi prati fioriti d’alta quota.
Payson
Guidando verso nord per circa 310 km, il paesaggio cambia radicalmente e lo Utah svela la sua anima più verde e rurale. Adagiata ai piedi delle imponenti montagne della catena del Wasatch, Payson è la quintessenza assoluta della provincia americana. Fondata nel 1850 dai pionieri mormoni, questa cittadina sembra uscita da un dipinto di Norman Rockwell o da un film di John Hughes. Strade larghe e silenziose, prati curatissimi delimitati da staccionate bianche, portici in legno e un senso di comunità molto forte. Qui regna la rassicurante e nostalgica estetica dell’America degli anni Ottanta, sorvegliata dall’alto dalla sagoma imponente del Mount Nebo, la vetta più alta della regione.
Proprio per la sua atmosfera conservatrice e squisitamente “Middle America”, nel 1984 la produzione di Footloose scelse Payson per farle interpretare la fittizia cittadina di Bomont. Il luogo di culto per eccellenza è stata per decenni la Payson High School, i cui corridoi, armadietti e campi sportivi hanno fatto da sfondo alla ribellione a passo di danza di Ren McCormack. Oggi l’edificio originale non esiste più, demolito nel giugno del 2025 per far spazio a un campus più moderno e rinnovato, dato che il vecchio ormai cadeva a pezzi. Appena prima che venisse rasa al suolo, però, gli studenti hanno organizzato un evento speciale, in occasione anche dei 40 anni del film, mobilitandosi con l’iniziativa #BaconToPayson per avere un’ultima volta Kevin Bacon nella scuola, raccogliendo fondi a favore della sua organizzazione di beneficenza SixDegrees.org. All’ultimo, la presidenza decise di salvare l’iconico armadietto originale di Ren McCormack, reinstallandolo direttamente tra i corridoi del nuovo edificio.
Nonostante la mancanza dell’iconica scuola, la magia e le tracce del film sono ancora vive e tutti gli altri luoghi che hanno ospitato le riprese sono ancora incredibilmente riconoscibili.
Dopo un passaggio al liceo e sui luoghi del cult, l’ideale è andare a visitare il centro cittadino per un tuffo nella storia locale. L’edificio più affascinante è il Peteetneet Museum and Cultural Arts Center. Ospitato all’interno di una magnifica scuola elementare vittoriana del 1901 intitolata a un capo nativo Ute, è un gioiello in mattoni rossi che oggi espone mostre sulla vita dei pionieri e collezioni di abiti d’epoca.
Ma il vero capolavoro di Payson è la natura: la cittadina è la porta d’accesso settentrionale alla Mount Nebo Scenic Byway, una strada panoramica tortuosa che si inerpica nella Uinta National Forest. Passando da qui tra settembre e ottobre, questa deviazione regala un foliage spettacolare: i boschi di pioppi tremuli si accendono di un oro accecante, creando un contrasto cromatico indimenticabile contro il cielo dello Utah.

Provo (e Lehi)
Adagiata tra le acque placide dello Utah Lake e le maestose vette frastagliate della catena del Wasatch, su cui domina l’inconfondibile profilo del Mount Timpanogos, Provo è il cuore dinamico della Utah County. Sede della prestigiosa e imponente Brigham Young University (BYU), la città unisce l’energia giovane e vibrante di una metropoli universitaria a un rigido ordine urbano, affondando le proprie radici in una profonda eredità pionieristica, agricola e industriale. È un luogo di transizione, geografica e visiva, tra l’America rurale del sud e la grande area metropolitana di Salt Lake City.
Accanto a Provo – città che ha ospitato le riprese di alcuni film natalizi firmati Hallmark – si trova Lehi, sfondo di altre importanti scene di Footloose.
Lungo la sua strada principale, campeggia dal 1906 lo storico Lehi Roller Mills, all’interno del quale abbiamo visto Kevin Bacon scatenarsi nel ballo solitario del suo Ren McCornack, cercando di scacciare la frustrazione a colpi di ginnastica acrobatica e musica.
La scelta di girare all’interno di un vero mulino fu un’idea del regista Herbert Ross che si rivelò un incubo per i tecnici, a causa della finissima polvere di farina sospesa nell’aria. L’effetto ottico era magnifico, catturava perfettamente i fasci di luce dei riflettori… C’era però un grosso problema: la polvere di farina, se concentrata e surriscaldata in un ambiente chiuso, è esplosiva. La troupe dovette lavorare in costante allerta, interrompendo le riprese a intervalli regolari per raffreddare i fari ed evitare che una singola scintilla facesse saltare in aria l’intero stabilimento. Ma la fatica ne è valsa la pena, perché quella sequenza è diventata immortale!
Tornando a Provo, una sosta raccomandata è il Museum of Paleontology della BYU, un vero laboratorio di ricerca che gestisce e analizza i reperti scavati proprio nel sud dello Utah, rendendolo uno dei centri accademici più rilevanti del Nord America per lo studio dei dinosauri.
Uscendo dall’abitato verso nord-est, la strada si infila quasi subito nel Provo Canyon, una gola profonda intagliata dall’omonimo fiume. Seguendolo, con pochi minuti di guida si arriva ai piedi delle Bridal Veil Falls, spettacolari cascate a doppio salto che precipitano per quasi duecento metri lungo la rocciosa parete verticale. Il sentiero per raggiungerle dal parcheggio è asfaltato, breve e alla portata di tutti.
Salt Lake City
Continuando verso nord, si raggiunge Salt Lake City, la capitale distesa in una vallata abbracciata dai monti Wasatch. Fondata dai pionieri mormoni fuggiti dalle persecuzioni, è una città dal doppio volto: da una parte c’è il rigore austero della sua storia religiosa che detta le regole dell’urbanistica, dall’altra pulsa un’energia giovane, alimentata da microbirrerie indipendenti e una vera passione per la vita all’aria aperta. È il campo base perfetto per esplorare il nord dello Stato.
Ed è proprio questa sua versatilità che l’ha resa preziosa per i location manager di Hollywood. Se un regista ha bisogno di girare un film a Washington D.C., ad esempio, ma non vuole sbrigare la lunga e difficoltosa burocrazia per ottenere i permessi, sa di poter scegliere lo Utah State Capitol, un maestoso edificio in granito e marmo arroccato sulla collina che domina il centro città. É un capolavoro neoclassico talmente simile al Legislative Building della capitale USA, da essere usato spesso come sua “controfigura”. È proprio sui suoi gradini che Reese Witherspoon, abbigliata con i suoi completi rosa acceso, ha marciato in La rivincita delle bionde 2.
Inoltre, scendendo verso il centro cittadino, si possono vedere i grandi incroci in cui Jim Carrey e Jeff Daniels hanno guidato il loro indimenticabile furgone ricoperto di pelo in Scemo & +Scemo.
E poi c’è il luogo che da vent’anni (compiuti proprio quest’anno!) attira migliaia di fan da tutto il mondo: la East High School, cuore del fenomeno High School Musical. Per la produzione, la Disney scelse di girare in un vero liceo pubblico, e la troupe si ritrovò ad avere a disposizione finestre di tempo calcolate al minuto per non intralciare il suono della campanella e le lezioni regolari. Ancora oggi, entrando a scuola, si trovano gli iconici armadietti rossi del film, l’iconica sala mensa, il teatro in cui Troy e Gabriella hanno fatto il provino e tutti gli altri luoghi del film, chiaramente riconoscibili.
Una volta scoperti i luoghi dei set cinematografici, il punto di partenza per esplorare il resto della città è Temple Square, il monumentale Tempio Mormone che segna il chilometro zero da cui si irradia tutta la toponomastica cittadina.
Non perdete assolutamente il This Is The Place Heritage Park, per fare un vero salto indietro nel tempo e vivere un giorno come i pionieri, esplorando veri edifici del tempo mentre passeggiate tra simpatici attori in costume, intenti nelle loro attività quotidiane, proprio come si facevano all’epoca (il barbiere, il fabbro, la maestra a scuola…).
Salt Lake City è anche il punto di partenza ideale per regalarsi un’escursione verso uno dei paesaggi più affascinanti del pianeta: le Bonneville Salt Flats. Affidandosi all’esperienza di Southwest Adventure Tours, si può raggiungere in totale sicurezza e comodità questa distesa sconfinata di sale bianco, un vero miraggio visivo che è stato protagonista di svariate pellicole. è qui che Will Smith trascina l’alieno privo di sensi in Independence Day (1996), ed è questa crosta bianca spettrale ad aver preso le forme dello “Spostamento di Davy Jones” (Davy Jones’ Locker) in Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo (2007), dove Johnny Depp moltiplica il suo Jack Sparrow a bordo della Perla Nera. Senza dimenticare che questo specchio di sale è la patria dei record di velocità raccontati in Indian – La grande sfida (The World’s Fastest Indian, 2005) con Anthony Hopkins.

Deer Valley e Park City
A meno di un’ora di auto da Salt Lake City, salendo in quota, l’atmosfera cambia di nuovo e si raggiunge Park City, entrando nel cuore alpino dello Utah.
Questa affascinante ex città mineraria dell’Ottocento è stata trasformata in un resort di lusso, mentre la vicinissima Deer Valley è uno dei comprensori sciistici più esclusivi d’America, celebre (e per alcuni famigerato) per il suo divieto assoluto di usare lo snowboard sulle piste.
Siamo nel quartier generale del Sundance Film Festival, la vera casa del cinema indipendente, tra chalet di lusso e piste immacolate famose in tutto il mondo. Queste montagne hanno prestato i loro paesaggi innevati per Scemo & +Scemo, in cui Park City viene fatta passare per Aspen. Ricordate la celebre scena in cui il personaggio di Jeff Daniels bacia il palo ghiacciato della seggiovia e ci rimane incollato con la lingua? È stata girata in quest’area. Ma tranquilli, gli scenografi costruirono un finto palo in fibra di vetro con un tubo interno che pompava aria calda, permettendo di appoggiare e staccare la lingua in sicurezza!
Probabilmente però, molti (soprattutto gli appassionati di film natalizi come me!) riconosceranno meglio i luoghi di Falling for Christmas, la commedia romantica targata Netflix che ha segnato l’atteso ritorno sulle scene di Lindsay Lohan. I meravigliosi lodge in legno e pietra che si vedono nel film, dove la protagonista viziata impara il senso della vita dopo un incidente sugli sci, sono in realtà strutture extralusso di Deer Valley, in particolare lo Stein Eriksen Lodge e l’iconico Goldener Hirsch.
Nonostante la fama di località sciistica, però, la Main Street di Park City è un gioiello in perfetto stile vittoriano. Passeggiando tra gli edifici storici colorati, molti dei quali ospitano gallerie d’arte e ristoranti raffinati, non perdete la High West Distillery, l’unica distilleria “ski-in/ski-out” al mondo (ovvero, ci si può arrivare con gli sci ai piedi, sganciarli appena fuori dalla porta del locale e ordinare un whiskey per scaldarsi).
Sundance Mountain Resort
Iniziando a scendere verso sud, la strada si incunea in una gola selvaggia per poi aprirsi all’improvviso ai piedi della massiccia parete rocciosa del Mount Timpanogos, dove si trova il Sundance Mountain Resort.
Acquistato nel 1969 da un giovanissimo Robert Redford, è un rifugio montano nato con lo scopo di bilanciare la presenza umana e la natura selvaggia, proteggendo questa vallata da uno sviluppo edilizio aggressivo. L’atmosfera è intima e rustica, con i lodge in legno scuro perfettamente mimetizzati tra foreste di pini secolari, cascate e torrenti.
Pochi anni dopo, le montagne aspre e incontaminate che circondano il resort si rivelarono esattamente ciò di cui Redford e il regista Sydney Pollack avevano bisogno per girare un western anomalo: Corvo rosso non avrai il mio scalpo (Jeremiah Johnson, 1972). Il film racconta la storia di un uomo stanco della civiltà che decide di fuggire sulle Montagne Rocciose (un po’ come fece Redford nella realtà anni dopo, quando trasformò il Sundance in un rifugio per artisti che avevano bisogno di dedicarsi al loro lavoro lontano dal caos degli studi cinematografici) per vivere da eremita, imparando a sopravvivere a sue spese. Per restituire quella sensazione di isolamento assoluto, la produzione decise di girare quasi interamente in esterni, in pieno inverno, proprio tra i boschi attorno al Sundance.
Durante le riprese, le condizioni meteorologiche furono pessime, con bufere di neve e temperature sotto zero, trasformando il lavoro in una vera e propria lotta per la sopravvivenza. A un certo punto, l’intera produzione rimase isolata per giorni in una baita, con le scorte di cibo ed elettricità razionate. Dovettero attendere l’arrivo dei grandi mezzi spazzaneve statali per riuscire ad aprire un varco nella neve e ripristinare i collegamenti. L’esperienza fu utile a Redford per ricreare quella stessa fatica fisica e quelle difficoltà nel personaggio che stava interpretando e che si vedono trasudare dal volto di Redford in ogni inquadratura.
Oggi il Sundance è una comunità votata all’arte, che riflette perfettamente la visione del suo fondatore. Anche se non sciate, vi consiglio di salire sulle seggiovie panoramiche per ammirare il massiccio del Mount Timpanogos da vicino: è uno degli spettacoli naturali più impressionanti dello Utah. Prendetevi del tempo per visitare l’Art Studio, un laboratorio aperto al pubblico dove si insegna la lavorazione della ceramica e la creazione di gioielli.
Infine, per chiudere in bellezza, prenotate un tavolo al The Tree Room: il pluripremiato ristorante del resort costruito attorno a un albero vivente e adornato con la collezione privata di arte nativa americana e cimeli cinematografici donati personalmente da Robert Redford.

Oltre all’inverno, la stagione più bella per venire qui è senza dubbio l’autunno, quando si può ammirare il foliage più bello dello Utah percorrendo la Alpine Loop Scenic Byway, una tortuosa strada panoramica che passa anche in mezzo al resort, inerpicandosi tra le fitte foreste fino a sfiorare il Mount Timpanogos.
Un consiglio: guidate a passo d’uomo, perché la strada è strettissima e sprovvista di linea di mezzeria. Durante l’inverno la neve la seppellisce completamente, chiudendola al traffico.
Green River e la Goblin Valley
Continuando a scendere verso sud per circa 250 km, l’orizzonte si allarga a dismisura e il verde dei monti lascia spazio al rosso e all’ocra della terra.
La prossima tappa è Green River, la classica, minuscola oasi agricola tagliata in due dalla highway, celebre in tutto lo Stato per i suoi campi di meloni dolcissimi. È l’essenza stessa del road trip americano, il luogo perfetto in cui fermarsi a fare benzina, sgranchirsi le gambe e respirare il vento caldo del deserto.
Proprio per sfruttare la vastità e l’isolamento di questo paesaggio, la Marvel scelse di girare qui una delle sequenze d’azione più spettacolari del film Thunderbolts. Pecorrendo la Old Highway 6 e la 50 in direzione est, si ritrova la stessa strada su cui Bucky Barnes (Sebastian Stan) sfreccia in moto per salvare Yelena Belova (Florence Pugh) e il resto della squadra con una fuga nel deserto.
Il Marker dello Utah Film Trail però lo trovate fuori il J.W. Powell River History Museum, il museo inaugurato nel 1990 dedicato a John Wesley Powell, un geologo esploratore con un solo braccio – perse l’altro durante la guerra di secessione – che guidò alcune spedizioni di scoperta lungo il fiume Colorado (sull’impresa potete vedere il film del 1960 Dieci Uomini Coraggiosi con John Beal).
A meno di un’ora di guida da Green River, si trova il Goblin Valley State Park, un labirinto geologico incredibile, dove milioni di anni di erosione hanno scolpito migliaia di pinnacoli di arenaria a forma di fungo, chiamati appunto “goblin” (folletti). Non ci sono sentieri da seguire: l’avventura sta nel camminare liberamente e perdersi tra queste buffe e misteriose formazioni di pietra, su cui ci si può anche arrampicare (con il massimo rispetto per esse).
Un paesaggio così particolare, quasi alieno. era un set già pronto per il cinema. Infatti, nel 1999 per la commedia fantascientifica Galaxy Quest vennero a girare proprio in mezzo a queste bizzarre formazioni di pietra, per ricreare la superficie di un pianeta extraterrestre.
L’esperienza per la troupe fu una mezza tortura: in piena estate la vallata di roccia riflette il sole trasformandosi in un vero e proprio forno e gli attori – da Tim Allen a Sigourney Weaver e Alan Rickman – costretti a recitare avvolti in pesanti tute spaziali di gomma, venivano costantemente monitorati dai medici della troupe per scongiurare i colpi di calore.
Moab, l’Arches National Park e dintorni
Proseguendo verso est si arriva a Moab, l’indiscussa capitale mondiale dell’avventura outdoor. Adagiata in una vasta vallata desertica lungo le sponde del fiume Colorado, è anche e soprattutto un pezzo fondamentale della storia di Hollywood: è la sede della “Moab to Monument Valley Film Commission”, la Film Commission più antica al mondo, fondata nel 1949 per agevolare l’arrivo delle grandi produzioni nel sud dello Stato.
John Wayne in persona, il Duca, ha vissuto e amato questo posto, trovandosi spesso – a volte per mesi – qui per girare i suoi film, al punto da venire ormai considerato uno del posto. Alloggiava sempre all’Apache Motel, una struttura storica e ancora orgogliosamente vintage, con una suite a lui dedicata: la stessa stanza in cui dormiva proprio John Wayne!
Moab è anche il punto di partenza perfetto per esplorare l’Arches National Park, le vertiginose falesie del Dead Horse Point e il Canyonlands National Park, tre dei luoghi più spettacolari degli Stati Uniti.
Entrare ad Arches significa camminare in un museo a cielo aperto che ospita oltre duemila archi naturali di pietra rossa, le cui forme sembrano sfidare la gravità. Il punto più interessante per i cinefili è il Double Arch, il luogo in cui un giovanissimo River Phoenix sfreccia a cavallo nei primissimi, minuti di Indiana Jones e l’Ultima Crociata.
Il vicino Dead Horse Point State Park invece offre una vista magnifica sulle anse del fiume Colorado, centinaia di metri più in basso. È da queste rocce a strapiombo sul vuoto che Ridley Scott ha filmato il salto finale della Ford Thunderbird di Thelma & Louise – anche se nel film viene spacciato per il Grand Canyon – e su cui un impavido Tom Cruise ha girato la scena di arrampicata libera che apre Mission: Impossible II. Cruise volle girare davvero a 600 metri d’altezza – assicurato a sottili cavi poi cancellati al computer – terrorizzando letteralmente il regista John Woo, che si rifiutava di guardare i monitor per paura di vederlo cadere nel canyon.
Piccolo spoiler: il prossimo 12 novembre (2026) uscirà al cinema Godzilla Minus Zero, film con alcune sequenze girate proprio sulla Main Street di Moab!

Monument Valley
Sconfinare nella Navajo Nation e vedere stagliarsi all’orizzonte i giganteschi monoliti della Monument Valley, è di un impatto visivo ed emotivo fortissimo. Perché, credetemi, nessuna foto e nessun video possono preparare alla vastità che si apre davanti agli occhi percorrendo quelle strade.
Siamo nella cattedrale del cinema western, in uno dei luoghi più conosciuti al mondo, eppure quella sensazione di “l’ho già visto” come può capitare con New York, qui non c’è. La sua bellezza e la sua grandiosità, viste dal vivo, lasciano senza fiato.
Il motivo per cui oggi tutti riconosciamo al primo sguardo la sagoma delle Mitten Buttes o di Merrick Butte si deve all’ostinazione di Harry Goulding, un uomo comune che nel 1938, mentre insieme alle famiglie Navajo della regione affrontava la Grande Depressione, decise di tentare il tutto per tutto: prese gli ultimi sessanta dollari che gli rimanevano, mise sottobraccio un album di fotografie scattate nella zona e guidò la sua carrozza fino a Los Angeles. Una volta arrivato agli studi della United Artists, minacciò di piantare una tenda nel corridoio finché qualcuno non lo avesse ricevuto. Le foto finirono sul tavolo di John Ford che ne rimase folgorato e, nel giro di pochi giorni, trasferì l’intera troupe nel deserto per girare Ombre rosse (Stagecoach, 1939). Fu una mossa che cambiò le loro vite: la produzione portò lavoro, stipendi e risorse alla comunità, dando il via a un legame profondo e indissolubile con l’industria del cinema.
Da quel momento, John Ford tornò nella valle per girare ben sette capolavori, tra cui Sfida infernale (1946) e l’immortale Sentieri selvaggi (1956). I Navajo lo accolsero nella loro comunità battezzandolo affettuosamente Natani Nez, “il Capo Alto”, per via della sua statura e della sua autorità sul set. Non a caso uno dei punti più carichi di suggestione lungo la Valley Drive è il John Ford Point, riconoscibile a colpo d’occhio. Trovarsi davanti a questo promontorio roccioso regala una delle emozioni più autentiche per noi appassionati di cinema e location.
Ma le strade della Monument Valley e i suoi orizzonti sconfinati hanno attraversato epoche e generi cinematografici di ogni tipo. É qui che Dennis Hopper e Peter Fonda hanno fatto sfrecciare i loro chopper nel manifesto di Easy Rider (1969), sempre qui che Marty McFly si è ritrovato a guidare la DeLorean nel 1885 in Ritorno al Futuro – Parte III (1990), tra attacchi indiani e praterie sconfinate.
E poi c’è il punto che ogni viaggiatore porta nel cuore: percorrendo la U.S. Highway 163 in direzione nord, arrivati al miglio 13, lo sguardo e il cuore si fermano su una striscia d’asfalto dritta che punta verso le montagne rosse: è il Forrest Gump Point, il punto esatto in cui Tom Hanks, dopo tre anni, due mesi, quattordici giorni e sedici ore di corsa ininterrotta attraverso gli Stati Uniti, decide all’improvviso di piantarsi in mezzo alla strada, si gira verso il suo seguito di fedeli inseguitori e pronuncia la frase simbolo di un’intera generazione: “Sono un po’ stanchino, credo che tornerò a casa ora”.

Kanab
Lasciati i territori Navajo, guidando verso nord-ovest in direzione dello Zion, si raggiunge Kanab. Questa cittadina accogliente e strategica è conosciuta in tutto il mondo con il soprannome inequivocabile di “Little Hollywood”.
Ricordate i fratelli Parry, quelli che abbiamo incrociato a Cedar City mentre scaricavano i treni per il primissimo ciak dello Utah nel 1924? Ecco, Chauncey, Gronway e Whitney capirono prima di tutti che l’industria del cinema si sarebbe trasferita in queste terre meravigliose e nel 1931 inaugurarono proprio qui a Kanab il Parry Lodge, una bellissima struttura vittoriana pensata appositamente per ospitare le star hollywoodiane durante le riprese nel deserto. Un’intuizione geniale dal successo immediato. Tra queste mura hanno dormito tutti: da John Wayne a Clint Eastwood, passando per Maureen O’Hara, fino al Rat Pack al gran completo con Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis Jr., arrivati in città nel 1962 per girare Tre contro tutti, e molti altri ancora.
Ancora oggi il Parry Lodge è aperto e in piena attività: passeggiando sotto i portici del motel potete leggere i nomi delle celebrità sulle porte delle stanze, e se entrate nella sala ristorante vi ritroverete circondati da centinaia di fotografie d’epoca autografate e scattate proprio qui.
Ma a Kanab il cinema si respira ancora in ogni angolo: oltre alla sua personale Walk of Fame (le targhe dedicate agli attori che sono stati qui, sparse in giro per la città), in centro si trova il “Little Hollywood Museum”, un affascinante spazio gratuito che raccoglie vecchie scenografie originali abbandonate nel deserto dopo le riprese.
I luoghi in cui sono stati girati i film o legati al cinema sono tantissimi, soprattutto nei dintorni, e abbiamo potuto esplorarli con il mitico e preparatissimo cowboy John Jacobs, grande esperto e appassionato di cinema. Racconterò tutto in un post approfondito!
Piccola chicca lontana dai set: se siete amanti degli animali, da qui potete organizzare una visita al vicino Best Friends Animal Sanctuary, il rifugio più grande e celebre degli Stati Uniti. Oppure, per esplorare le meraviglie naturali meno conosciute nei dintorni, la scelta ideale è salire a bordo dei fuoristrada 4×4 di Dreamland Safari Tours per un’escursione combinata al Peekaboo Slot Canyon (conosciuto anche come Red Canyon) – una stretta e tortuosa fenditura di roccia arancione scolpita dalla luce del sole, lontani dalle folle dei parchi più blasonati – e alle Dinosaur Tracks, una piana di roccia dove sono impresse vere e ancora nitide impronte di dinosauro risalenti a oltre duecento milioni di anni fa.
Bryce Canyon National Park
Per il gran finale del nostro itinerario nello Utah on the road, saliamo verso nord. Saliamo anche di altitudine, raggiungendo i 2.400 metri d’altezza, dove l’aria si fa improvvisamente frizzante e i fitti boschi di pini nascondono le rocce rosse fino all’ultimo istante.
Concludiamo questo itinerario circolare nello spettacolare Bryce Canyon, un gigantesco anfiteatro naturale a forma di ferro di cavallo, gremito di migliaia di pinnacoli di roccia calcarea chiamati hoodoos (i “camini delle fate”).
Affacciarsi per la prima volta sul Bryce Canyon toglie letteralmente il fiato: non si tratta di un vero canyon, ma di un complesso di gianteschi anfiteatri naturali a forma di ferro di cavallo, gremiti di migliaia di pinnacoli di roccia calcarea chiamati hoodoos (i “camini delle fate”). Un labirinto geologico che passa dall’arancione acceso al rosa fino al bianco candido – a seconda dell’età delle rocce – e che sembra scolpito dalla mano di un artista.
Qui ritorniamo alle origini del legame tra lo Stato e l’industria cinematografica: come abbiamo già detto, fu qui che nel 1924 i fratelli Parry trascinarono le macchine da presa per girare il muto The Deadwood Coach. Nei decessi successivi, i pinnacoli del parco hanno continuato ad attirare le cineprese: le cavalcate tra i camini delle fate hanno fatto da sfondo a western d’avventura come Thunderhead – Son of Flicka (1945) e ad alcune spettacolari inquadrature del kolossal La conquista del West (How the West Was Won, 1962); al toccante road movie Bonneville – In viaggio per ritrovarsi (2006), con Jessica Lange, Kathy Bates e Joan Allen, in cui le tre protagoniste attraversano lo Utah a bordo di una convertibile d’epoca fermandosi a contemplare proprio la vertigine dell’anfiteatro, in una delle scene più emozionanti del film; in Indiavolato (Bedazzled, 2000), la diabolica Elizabeth Hurley sceglie questi sfondi rossi per mettere a dura prova l’ingenuo Brendan Fraser.
Una volta qui, non limitatevi però a guardare l’anfiteatro solo dall’alto dei belvedere. Il modo migliore per vivere il Bryce è scendere al suo interno: il Navajo Loop Trail, ad esempio, permette di camminare alla base degli hoodoos; oppure si possono visitare con una bella passeggiata a cavallo sentieri unici.
Per un saluto indimenticabile allo Utah, invece, puntate la sveglia prima dell’alba e andate a Sunrise Point. Vedere i primi raggi del sole incendiare il rosa delle rocce mentre il gelo notturno si dirada è uno spettacolo perfetto, quasi commovente, che nessun effetto speciale cinematografico può battere.


