Da Fall River al Lazio: la vera storia e i set italiani di “Monster: la storia di Lizzie Borden”

Ci sono fatti di cronaca nera che trascendono il tempo in cui si sono verificati per trasformarsi in veri e propri miti della cultura popolare, e nel vasto e sfaccettato archivio del true crime americano, pochissimi casi mantengono il fascino oscuro dell’enigma mai risolto di Lizzie Borden.

L’arrivo su Netflix della serie “Monster: The Lizzie Borden Story” ha riacceso i riflettori su questo celebre e sanguinoso capitolo di storia del New England di fine Ottocento. Storia su cui si è già scritto e filmato molto, quindi la domanda che si sono posti molti, tra critici e pubblico, alla notizia dell’ennesima trasposizione televisiva della vicenda è stata: “Avevamo davvero bisogno dell’ennesimo adattamento su Lizzie Borden?”
La risposta, tradotta in milioni di ore di visualizzazione già nella prima settimana di programmazione, è stato un sonoro “sì”.
L’interesse per i delitti di Fall River non ha mai smesso di alimentare la cultura pop americana, che negli anni ha sviscerato la figura di Lizzie in ogni formato immaginabile. Oltre alla celebre e macabra filastrocca, il cinema e la televisione si sono ciclicamente appropriati del caso: l’iconico film per la tv del 1975 The Legend of Lizzie Borden con Elizabeth Montgomery, la versione più conosciuta di Christina Ricci nel 2014 (Lizzie Borden Took an Ax), fino alla più recente rilettura d’autore del 2018 con il film Lizzie, in cui Chloë Sevigny e Kristen Stewart hanno dato alla storia una connotazione più intima, legata all’oppressione di genere e alla ribellione.
Nonostante i molti racconti già visti in Tv su questa storia, l’approccio della nuova antologia di Netflix ha saputo rompere gli schemi, guadagnandosi eolgi dalla critica per la scelta di Ryan Murphy e Ian Brennan di usare la vicenda per sviscerare l’ipocrisia, la rigidità patriarcale e le dinamiche opprimenti dell’alta società vittoriana.

La storia di Lizzie Borden è la quarta stagione di “Monster”, la serie che racconta le vicende di alcuni tra i peggiori omicidi della storia americana, basandosi su un’unica domanda: mostri si nasce o si diventa?
Per questo vengono scelte storie che permettono di esplorare le colpe della società, l’isolamento, le malattie mentali non curate o le pressioni familiari e culturali, analizzando le deviazioni della mente umana e i problemi sociali, mediatici e giudiziari che nascono attorno – o che a volte portano – ai grandi casi di cronaca.
La prima stagione della saga, incentrata sui delitti di Jeffrey Dahmer, ha battuto i record di visualizzazioni globali, proponendo una narrazione cruda capace di spostare costantemente il punto di vista dalla mente dell’assassino al dolore delle vittime alle falle del sistema investigativo. Successivamente, con la seconda stagione dedicata al controverso caso dei fratelli Lyle ed Erik Menendez, la serie ha trasformato il dramma giudiziario in una riflessione cupa e teatrale sulle dinamiche di potere, sugli abusi domestici all’interno delle classi sociali agiate e sulla spettacolarizzazione del dolore attraverso i mass media. Con il terzo capitolo incentrato sulla figura di Ed Gein, la serie ha compiuto un salto indietro nel tempo verso le radici storiche del true crime americano (la storia di Ed Gein fece nascere il concetto moderno di serial killer) e infine, con Lizzie Borden, non solo si confronta con l’epoca vittoriana, le sue rigide convenzioni sociali, il ruolo della donna all’interno della famiglia e il perbenismo di facciata, ma racconta anche il primo vero processo mediatico su scala nazionale della storia americana.

Per capire meglio le serie basate su storie realmente accadute, bisogna conoscere prima i fatti reali che vorrebbero raccontare.
L’omicidio dei Borden sconvolse la tranquilla comunità di Fall River, in Massachusetts, il 4 agosto 1892.
La cittadina, situata nella contea di Bristol, era all’epoca uno dei principali centri manifatturieri del tessile degli Stati Uniti, guidata da una ristretta élite di famiglie benestanti ma profondamente conservatrici. Tra queste figurava la famiglia Borden, guidata dal padre Andrew, un uomo d’affari facoltoso ma notoriamente avaro, rigido e inflessibile nella gestione del patrimonio e della vita domestica. La mattina di quel caldo giovedì d’estate, la quotidianità della casa al numero 230 di Second Street venne interrotta da una scoperta orribile: attorno alle 11:00, la figlia minore Lizzie lanciò l’allarme trovando il corpo del padre Andrew massacrato sul divano del salotto, con il volto sfigurato da una serie di violentissimi colpi sferrati con una lama affilata. Poco dopo, al piano di sopra, venne scoperto il cadavere della matrigna Abby Durfee Gray Borden, colpita da ben diciannove colpi d’ascia alla testa e alla schiena mentre riordinava la stanza degli ospiti.
L’incredulità fu immediata, chi mai poteva aver commesso un massacro così feroce all’interno di un’abitazione situata nel centro cittadino, in pieno giorno e senza che nessuno notasse la fuga di un estraneo? Le indagini della polizia locale, per quanto lacunose e viziate dalle scarse competenze dell’epoca, si concentrarono quasi subito sulla figura di Lizzie, perché la giovane donna – trentaduenne, nubile, dedita alle attività della chiesa e apparentemente impeccabile nella vita pubblica – nascondeva in realtà un profondo risentimento nei confronti della matrigna e del padre, legato soprattutto a questioni di eredità e alla gestione delle proprietà di famiglia.
Il processo che ne seguì trasformò il caso nel primo grande circo mediatico della storia degli Stati Uniti. Infatti è proprio a Fall River che i mass media hanno capito per la prima volta come trasformare un omicidio in un fenomeno di intrattenimento. I giornali di tutto il Paese inviarono i propri cronisti sul luogo per coprire ogni singola udienza, e l’opinione pubblica si divise nettamente: da un lato chi vedeva in Lizzie una mostruosa calcolatrice capace di massacrare i propri genitori per denaro, dall’altro chi riteneva impossibile che una donna dell’alta società vittoriana, educata e religiosa, potesse concepire e mettere in atto una violenza tanto feroce.
L’assenza di prove schiaccianti, l’impossibilità di ritrovare con certezza l’arma del delitto e la totale mancanza di tracce ematiche sui vestiti che Lizzie indossava la mattina del delitto portarono la giuria, composta da soli uomini, a pronunciare un verdetto di assoluzione nel giugno del 1893. La condanna sociale invece, nonostante il proscioglimento dalle accuse, fu inesorabile. Lizzie Borden rimase a vivere a Fall River insieme alla sorella Emma, acquistando un’imponente dimora denominata Maplecroft, ma venne isolata dalla comunità fino alla sua morte, avvenuta nel 1927.
La vicenda è diventata così profondamente radicata nell’immaginario collettivo da trasformarsi persino in una celebre e inquietante filastrocca infantile che quasi ogni bambino americano conosce:

“Lizzie Borden took an axe / and gave her mother forty whacks. / When she saw what she had done, / she gave her father forty-one.”

Sono passati più di 135 anni da quel massacro ma il mistero di Fall River continua a generare teorie e opinioni contrastanti, dibattito riacceso con l’uscita della serie Netflix. Ma quanto di ciò che racconta la serie corrisponde alla realtà? Come spesso accade nelle produzioni firmate da Ryan Murphy – e, più in generale, con tutte le trasposizioni cinematografiche – Monster non si limita a raccontare i fatti in stile documentario ma li drammatizza, modifica e inventa, arrivando a trasformare ipotesi mai dimostrate in certezze assolute.
La differenza più importante riguarda proprio la risoluzione del caso. Storicamente, il delitto è irrisolto e l’imputata fu assolta l’estate del 1893, mentre Murphy ci presenta Lizzie – interpretata da Ella Beatty – come la colpevole assoluta. Inoltre, molte delle relazioni messe in scena sono invenzione televisiva, come quelle incentrate sulla domestica Bridget “Maggie” Sullivan – interpretata da Vicky Krieps – poiché, sebbene fosse realmente in casa il giorno degli omicidi, non esiste alcuna prova nè documento che testimoni una relazione tra lei e Lizzie, nè un suo coinvolgimento negli omicidi nè, tantomento, di una sua gravidanza legata ad Andrew Borden. Anche il rapporto tra Lizzie e la sorella Emma – Billie Lourd in TV – viene rivisitato: nella serie, Emma dubita apertamente di Lizzie, mentre nella realtà fu la più strenua sostenitrice di Lizzie, testimoniò in sua difesa e visse con lei a Maplecroft per oltre un decennio, interrompendo i rapporti solo nel 1905.

Per aumentare il fascino teatrale del racconto e per creare collegamenti fortemente voluti da Ryan Murphy, sono state manipolate anche le linee temporali di alcuni fatti: ad esempio vediamo l’attrice teatrale Nance O’Neil suggerire a Lizzie la strategia processuale e come comportarsi alle udienze, ma nella realtà si conobbero solo nel 1904, dieci anni dopo la fine del processo. Persino l’omicidio di Bertha Manchester, presentato come parte dell’escalation criminale che precede il massacro dei Borden, avvenne in realtà nel maggio del 1893, dieci mesi dopo i fatti, e fu confessato da José Correa de Mello.
Ancora più surreale è l’apparizione di Sarah Poulson nei panni di Aileen Wuornos, celebre serial killer mostrata mentre visita la casa di Fall River in preda a una macabra fascinazione per Lizzie. Un salto temporale e logico puramente fittizio, perché non esiste alcuna prova o racconto che la Wuornos fosse ossessionata dal caso Borden. Il suo inserimento serve unicamente a Ryan Murphy per tracciare un parallelo allegorico tra due donne trasformate dai media e dalla cultura popolare in iconiche figure criminali.

Monster usa i fatti del 1892 come base su cui creare il proprio racconto psicologico. Ed è proprio questa volontà – ma anche necessità – scenica di staccarsi dal rigore documentaristico per abbracciare un’estetica gotica e visionaria ad aver spinto la produzione a compiere una scelta particolare per quanto riguarda le location.

Nelle produzioni storiche, la scelta dei luoghi in cui girare è importante tanto quanto la sceneggiatura. Per ricostruire l’America del tardo Ottocento, una serie ha solitamente due strade: affidarsi interamente alla magia degli effetti digitali e dei teatri di posa, oppure cercare le location originali sul territorio. Nel caso di Monster, gli interni della claustrofobica abitazione dei Borden al numero 230 di Second Street sono stati ricreati con cura maniacale negli studios di Los Angeles, per permettere alla regia un controllo totale su luci e spazi. Quando invece la sceneggiatura ha richiesto di abbandonare le atmosfere puritane per mettere in scena la spietata Europa del Seicento, la produzione è sbarcata in Italia.
Di fronte a una storia così visceralmente legata al New England, per quale motivo un colossal televisivo americano ha deciso di spostare una parte così rilevante delle riprese nella regione Lazio? La risposta risiede nelle complesse esigenze narrative ed estetiche. Sebbene il Massachusetts vanti innumerevoli cittadine storiche che hanno mantenuto intatto il loro fascino vittoriano, lo stile visivo di Monster andava oltre la semplice fedeltà documentaristica, introducendo i violenti flashback e gli incubi legati alla figura di Elizabeth Báthory, la “Contessa Sanguinaria”.
La regia di Ryan Murphy si caratterizza da sempre per uno stile visivo opulento, ipnotico e fortemente simbolico. Quando la narrazione si allontana dall’abitazione dei Borden per esplorare la cupa dimora aristocratica della nobildonna ungherese, la produzione aveva bisogno di architetture d’epoca autentiche, imponenti e capaci di incutere timore. Un tipo di monumentalità oscura che l’architettura civile americana non possiede.
La troupe ha così organizzato una sessione di riprese in Italia della durata di circa cinque settimane, svoltasi nei primi mesi dell’anno. La scelta della campagna romana non è stata casuale: il Lazio vanta una lunga tradizione di accoglienza per le produzioni internazionali, sostenuta da un patrimonio di dimore storiche, ville nobiliari e castelli che non ha eguali nel mondo. L’obiettivo era trovare ambienti i cui spazi ampi, altezze dei soffitti, finitura nude dei muri e la luce naturale potessero restituire quel senso di isolamento, austerità e maestosità gotica che la narrazione richiedeva, offrendo alla regia un contrasto che gli studi californiani non avrebbero mai potuto replicare con la stessa potenza visiva.

All’interno di questo grande lavoro di ricerca e adattamento scenografico, emerge una delle perle dell’architettura e del patrimonio storico italiano, riconoscibile già nella prima puntata: il Castello Orsini-Odescalchi di Bracciano, usato per ambientare le storie della contessa ungherese Elisabetta Bathory, la Contessa sanguinaria interpretata dalla stessa Vicky Krieps.
Questa imponente fortezza del XV secolo, che domina con la sua sagoma rinascimentale le acque del lago omonimo, rappresenta uno dei monumenti storici più importanti e meglio conservati d’Europa. Costruito a partire dal 1470 su progetto dell’architetto Giovannino de’ Dolci su commissione della potente famiglia Orsini, il castello ha attraversato i secoli rimanendo al centro dei grandi eventi politici, militari e dinastici dell’Italia centrale, per poi passare alla famiglia Odescalchi alla fine del Seicento.
Nel contesto della serie Netflix, il Castello di Bracciano viene spogliato della sua identità geografica per essere trasformato, attraverso una sapiente regia e un attento lavoro di illuminazione e arredamento di scena, in una grandiosa ambientazione nobiliare ungherese del 1600.
Nelle sequenze girate all’interno del castello, l’architettura diventa la manifestazione fisica del potere spietato della Contessa Sanguinaria. Le ampie sale, i soffitti a cassettoni, i portali in pietra scolpita e le scalinate monumentali vengono illuminati con una luce fredda, profonda e tagliente. Questa scelta visiva ci trasporta in un’Europa cupa, trasformando gli antichi ambienti in veri e propri labirinti psicologici dove, secondo il racconto di Murphy, le macabre fantasie di Lizzie prendono vita.
Anche gli spazi esterni e la suggestiva corte d’onore del castello offreno un colpo d’occhio che comunica un senso immediato di solitudine e terrore reverenziale. Le pareti in pietra scura, con la loro inconfondibile severità rinascimentale, riescono a evocare alla perfezione quell’estetica gotica che richiedeva la dimora di Elizabeth Báthory.

Vedere un’icona del patrimonio storico e turistico italiano integrata all’interno di una produzione hollywoodiana è la dimostrazione di quanto la magia del cinema sappia abbattere i confini geografici e temporali.

Se la meraviglia e la finzione del cinema trovano nei set italiani la loro massima espressione scenografica, il dovere e il fascino della narrazione di viaggio ci impongono di tornare alla fonte primaria della storia. Perché, come sempre, parlare del film o della serie è solo il trampolino di lancio per scoprire la realtà dei luoghi.
L’itinerario reale legato a Lizzie Borden ci porta nel cuore del Massachusetts nella cittadina di Fall River.
Qui si trova la famosa casa del delitto al numero 230 di Second Street, perfettamente conservata e trasformata nella celebre Lizzie Borden House, che opera sia come museo aperto alle visite guidate sia come Bed & Breakfast per chi ha il coraggio di trascorrere la notte all’interno delle stanze che furono teatro degli eventi del 1892.
Ogni ambiente della casa è stato riallestito con arredi d’epoca originali o fedelmente ricostruiti sulla base delle fotografie giudiziarie scattate dalla polizia durante le indagini. I visitatori possono sostare nel salotto in cui venne ritrovato il corpo di Andrew Borden, osservare la replica del divano dell’epoca e salire al piano superiore nella camera degli ospiti in cui cadde Abby Borden. Per approfondire, vi consiglio di leggere l’articolo di Simona Sacri dedicato proprio alla visita della casa.

L’esperienza a Fall River non finisce nella casa di Second Street. Il percorso continua scoprendo Maplecroft, la maestosa dimora stilisticamente regina nel quartiere residenziale di Highland, acquistata da Lizzie e da sua sorella Emma dopo il processo grazie alla cospicua eredità paterna. Qui Lizzie visse fino alla fine dei suoi giorni sotto il nome di Lizbeth Borden, cercando invano una serenità che la comunità le negò fino alla fine. Spingetevi poi fino al Cimitero di Oak Grove, l’antico e suggestivo camposanto cittadino dove, in una tomba di famiglia semplice e sobria, riposano fianco a fianco i corpi di Andrew, Abby, Emma e della stessa Lizzie Borden, ricongiunti per sempre nella pace della terra. Infine, visitate la Fall River Historical Society, un museo straordinario che custodisce il più ampio archivio al mondo dedicato al caso Borden, con documenti originali, fotografie d’epoca, i verbali del processo e persino reperti fisici legati alle indagini scientifiche del 1892.

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