L’autunno per me è la stagione più bella dell’anno (insieme all’inverno e al Natale… insomma, i cosiddetti -ber months). Ha una luce particolare che rende i colori più caldi, l’aria più tersa e il cielo più limpido. Effetti che, in New England, diventano ancora più intensi e trasformano i paesaggi di questa meravigliosa terra in qualcosa di quasi irreale. Forse è soprattutto per questo che, quando si parla di un on the road in New England, si pensa subito all’autunno e al foliage.
Per il mio primo viaggio in questa splendida parte degli Stati Uniti, invece, oltre al richiamo del foliage ho seguito quello del cinema, poiché entrambi hanno contribuito a trasformare i paesaggi del New England in racconti suggestivi. Dodici giorni on the road per seguire le tracce di storie che conosco da sempre e ritrovarle nella realtà, tra strade profumate di camino acceso, villaggi sul mare e paesaggi che cambiano colore a ogni curva. Un viaggio dentro un’America lenta, autentica, capace di emozionare.
Racconto prima, come sempre, qualche informazione sul New England.
La regione è composta da sei Stati: Connecticut, Maine, Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island e Vermont. Vanta una sua bandiera – non ufficiale – e ben due motti: “An Appeal to Heaven” e “Nunquam libertas gratior extat” (trad: ‘Mai libertà ha avuto una forma così graziosa’ – impossibile non essere d’accordo).
La storia della bandiera e del motto è affascinante: risale al XVII secolo, quando le colonie della Massachusetts Bay e di Plymouth iniziarono a modificare la bandiera britannica allora in uso, sostituendo la Croce di San Giorgio – che molti puritani rifiutavano per il suo significato religioso – con l’immagine del pino bianco dell’Est (Eastern White Pine), una specie maestosa che cresceva abbondante nelle foreste del New England e che per i nativi americani rappresentava l’albero della pace.
Il pino divenne presto un emblema della regione: radicato, resistente, capace di svettare anche nei paesaggi più aspri. Per questo gli inglesi lo apprezzavano: per il suo legno leggero e resistente, adatto a costruire i migliori alberi maestri per le loro navi. Lo volevano al punto da imporre leggi che riservavano ai cantieri della Corona gli esemplari più alti e diritti. Queste restrizioni, però, alimentarono il malcontento dei coloni, i quali arrivarono persino a ribellarsi, dando vita al “Pine Tree Riot” del 1772, in New Hampshire: una delle prime rivolte contro il potere britannico, considerata un preludio alla Rivoluzione Americana.
Proprio durante la Guerra d’Indipendenza il pino tornò a sventolare su diverse bandiere coloniali, tra cui la celebre “Appeal to Heaven Flag”, issata dalle navi della marina del Massachusetts. Su fondo bianco, campeggiava un grande pino verde accompagnato dal motto “An Appeal to Heaven” (“Un appello al Cielo”), chiaro riferimento alla fiducia dei coloni in una giustizia superiore a quella del re.
A coniare il motto in realtà fu il filosofo britannico John Locke, nel suo Second Treatise on Government (1690). Nel capitolo XIV, Locke scriveva:
«E quando il popolo, o anche un solo individuo, viene privato dei propri diritti, o è soggetto a un potere esercitato senza diritto, e non ha più possibilità d’appello sulla Terra, allora ha la libertà di appellarsi al Cielo… per una legge anteriore e superiore a tutte le leggi degli uomini.»
In quelle parole i coloni trovarono una giustificazione morale alla loro ribellione, le idee di Locke divennero il cuore del pensiero politico americano e molti padri fondatori — tra cui Richard Henry Lee, uno dei firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza — considerarono i suoi scritti una delle fonti più influenti nella nascita della nuova nazione.
Il 20 ottobre 1775, il segretario di George Washington, Joseph Reed, scrisse al generale, suggerendo ufficialmente di adottare “una bandiera bianca con un albero al centro e il motto An Appeal to Heaven” per la neonata marina coloniale. Le prime imbarcazioni a issarla furono le batterie sul Charles River e le sei golette della flotta continentale: la Hancock, la Lee, la Franklin, la Harrison, la Lynch e la Warren.
Nel 1776, il Consiglio del Massachusetts la rese ufficiale per la marina dello Stato.

On the road in New England: l’itinerario “cinematografico”
Le location dei film girati in New England sono tantissime e, ancora di più, lo sono le esperienze che questa regione, vasta ed eterogenea, sa regalare.
Gli itinerari cinematografici, poi, portano spesso lontano dalle strade più battute: ti guidano verso villaggi tranquilli, coste selvagge, piccoli borghi che non compaiono nei percorsi turistici più noti, ma che custodiscono storie, atmosfere e frammenti d’America insoliti e autentici.
Questo viaggio nasce così: un percorso pensato con cura, ricco di curiosità, informazioni pratiche e suggerimenti utili per vivere il New England con lo sguardo del viaggiatore e il cuore nel cinema. Dalla costa del Maine ai villaggi del Vermont, dalle cittadine del Connecticut ai siti storici del Massachusetts, dai luoghi letterari del Rhode Island alle strade del New Hampshire, ogni tappa racconta un pezzo diverso di questa regione straordinaria, resa ancora più magica dai colori del foliage.
Un percorso circolare che inizia e finisce a Boston, perfetto per chi viaggia in New England per la prima volta ma ha voglia di un itinerario diverso dal solito.
Nota: non ho specificato di proposito la durata del viaggio, perché credo che ognuno abbia i suoi tempi. Noi lo abbiamo fatto in dodici giorni, escludendo Boston, ma siamo abituati a ritmi veloci.L’itinerario si può personalizzare a seconda delle diverse esigenze. Scrivetemi pure tramite questo form per organizzare il vostro viaggio!
On the road in New England: Boston
La capitale del New England non può che essere il punto di partenza – e di arrivo – di questo viaggio emozionante.
Culla della Rivoluzione Americana, Boston è ricca di storia, una città ribelle, fiera del suo passato ma proiettata verso un futuro promettente. Una città all’avanguardia, attenta alla sostenibilità e all’inclusione tanto quanto a preservare la storia, non soltanto della città ma di tutti gli Stati Uniti. É qui infatti che si può vedere il monumento a Martin Luther King, visitare la biblioteca di JFK e la casa di Paul Revere, rivivere il Boston Tea Party, passeggiare nel più antico parco pubblico degli Stati Uniti, fare un tour su un mezzo anfibio che passa dalla strada all’acqua del Charles River, mangiare nel più antico ristorante degli Stati Uniti, riflettere di fronte un monumento dedicato all’Olocausto, passeggiare nel vivace Quincy Market o nel più avanguardistico Seaport District.
Tra le esperienze da non perdere si trovano senza dubbio la visita al Boston Tea Party Ships & Museum per rivivere in modo completamente immersivo gli eventi che portarono al Tea Party e ciò che accadde quella notte storica; la salita al The View per vedere Boston dall’alto a 360°; una passeggiata nel Boston Common e nel Boston Public Garden per salutare le famose “papere di Boston” – la famosa scultura Make Way for Ducklings – e sedersi sulla panchina di “Good Will Hunting”; percorrere il Freedom Trail e le sue 16 tappe che raccontano la Rivoluzione Americana; infine una passeggiata tra le strade acciottolate e le case rosse di Beacon Hill, tra i quartieri più caratteristici della città.
Considerate che tre notti sono davvero il minimo per visitarla. Per approfondire e per altri consigli utili, potete leggere questo articolo dedicato a un itinerario di tre giorni a Boston.

On the road in New England: Salem
Iniziamo l’on the road salendo verso Nord per arrivare a Salem, Massachusetts (circa 45 minuti di viaggio da Boston, 36 km), la Città delle Streghe.
Considerate che ad ottobre, soprattutto durante il periodo di Halloween, la città si trasforma in un affollato parco giochi turistico… almeno questa è stata l’impressione che ho avuto passeggiando per le sue strade brulicanti di persone, con i “buttadentro” ogni pochi metri. Le attrazioni legate alla sua fama e alla storia delle streghe sono tantissime, ma accanto alle trappole per turisti – come, a mio parere, il Witch Museum – ci sono luoghi più autentici che raccontano le radici della città e il periodo buio dei processi. Tra questi spicca la Witch House, dimora del giudice Jonathan Corwin: l’unico edificio ancora esistente con un legame diretto e documentato ai processi del 1692. Corwin fu tra i giudici che condannarono a morte diciannove persone accusate di stregoneria, alcune delle quali forzate a confessare dopo ore di torture.
Altri luoghi importanti legati alle streghe sono il Witch Trials Memorial e l’Old Burying Point Cemetery. Nel cimitero cittadino, tra i più antichi del New England, è sepolto l’altro giudice che affiancò Corwin, John Hathorne, ma non le vittime dei processi. A loro è dedicato il memoriale che si trova proprio accanto al cimitero. Ad ognuna di esse è dedicata una delle lapidi di quel rettangolo verde, coi loro nomi incisi sopra insieme alla data di morte e al metodo di esecuzione della condanna.
Salem però non è solo streghe.
Ci sono tanti luoghi legati al cinema, come la statua di “Samanta Vita da Strega” (Bewitched il titolo originale) che raffigura Elizabeth Montgomery sorridente e seduta su una mezzaluna, o le location di Hocus Pocus (su cui scriverò un articolo dedicato) come l’iconica casa di Max e Dani o il Salem Common.
Carina anche la Count Orlok’s Nightmare Gallery, un museo che celebra il cinema horror – non a caso il nome viene proprio dal Conte Orlok del film muto Nosferatu del 1922 – esponendo statue a grandezza naturale che riproducono fedelmente personaggi e mostri del cinema horror, in un ambiente dove l’atmosfera richiama proprio il genere: buio, nebbiolina e musica inquietante. Attenzione però perché il museo è aperto solo dieci mesi l’anno (generalmente, marzo – dicembre).
Infine, un altro piccolo itinerario interessante da fare a Salem è quello dedicato ai luoghi dello scrittore Nathaniel Hawthorne – ricordate il giudice Hathorne? É un antenato dello scrittore, il quale ha voluto aggiungere la W al suo cognome proprio per prendere le distanze dall’infausta parentela.
L’autore de “La lettera scarlatta” è nato proprio a Salem e al 27 di Union Street un cartello indica il punto in cui si trovava la casa natale, ora trasferita nel complesso museale della House of the 7 Gables, la Casa dei 7 Abbaini, l’edificio che ha ispirato l’omonimo romanzo di Hawthorne (che ho scoperto grazie a Simona Sacri, leggete qui il suo articolo dedicato).

On the road in New England: Manchester-by-the-sea
Restiamo ancora in Massachusetts, salendo in direzione nord-est. Ad appena 18 minuti (17 km) da Salem si trova il paesino in cui è ambientato il film omonimo: Manchester-by-the-sea.
È la cittadina più meridionale di Cape Ann, affacciata sulle coste del Massachusetts settentrionale. Conta poco più di 5.000 abitanti e, come molte comunità della North Shore, un tempo faceva parte di Salem (e si chiamava semplicemente Manchester): le sue radici affondano nel Seicento e, per secoli, la pesca è stata il cuore della sua economia e della sua identità. La sua storia cambia nel XIX secolo, quando la Boston benestante inizia a costruire lungo la costa le prime – e decisamente poco “modeste” – residenze estive. È in questo periodo che il carattere del borgo si trasforma: da villaggio marinaro a località esclusiva, meta di villeggiatura per chi cercava un po’ di quiete sull’oceano.
Oggi è una delle comunità più benestanti della North Shore, ed è facile capirne il motivo: spiagge splendide, atmosfera rilassata, una vivace cultura nautica e quel mix di eleganza e semplicità delle città costiere del New England.
Oltre a un breve tour delle location del film – come la Manchester Essex Regional Middle High School o la Crowell Chapel – vale la pena fare una passeggiata sulla Singing Beach, così chiamata perché, grazie a un particolare fenomeno naturale dovuto a un mix di umidità, la composizione dei granelli di sabbia e, secondo i locali, un pizzico di stregoneria, la sua sabbia, quando viene calpestata o accarezzata dal vento, emette un suono unico e sembra di sentirla “cantare” (potete vederlo nelle mie storie qui).
Rientrando verso la città dalla spiaggia si raggiunge la parte storica, dove si trova il Manchester Historical Museum, ospitato nella storica Trask House del XIX secolo, il quale conserva documenti e testimonianze del passato e offre itinerari a piedi autoguidati che conducono a punti di interesse come la First Parish Congregational Church, costruita nel 1809 e inserita nel National Register of Historic Places, o la Manchester-by-the-Sea Public Library, aperta dal 1887 e ancora oggi cuore della comunità. Tornando verso il porto, si arriva al Masconomo Park, un parco affacciato sull’oceano perfetto per osservare le barche rientrare, visitare il memoriale della Prima Guerra Mondiale o semplicemente rilassarsi all’ombra con un gelato di Captain Dusty’s, proprio dall’altra parte della strada.

On the road in New England: Portsmouth
Continuando verso nord, si raggiunge il New Hampshire. A circa un’ora (82 km) da Manchester-by-the-sea si trova Portsmouth, una piccola cittadina che incarna il fascino costiero del New England.
Le origini della città risalgono al 1630, quando i coloni inglesi fondarono qui un piccolo villaggio chiamato Piscataqua, dal nome Abenaki – la tribù di nativi che abitava la zona – del fiume, ma in seguito il nome fu cambiato in Strawbery Banke e poi di nuovo in Portsmouth nel 1653, come omaggio al suo fondatore, il capitano John Mason, il quale proveniva dalla Portsmouth inglese. Per tutto il periodo coloniale, la città visse un’autentica età dell’oro. Strategica come poche altre, divenne capitale coloniale nel 1679 e prosperò grazie alla ricchezza portata dalla cantieristica navale e dalla falegnameria. Con l’arrivo della Rivoluzione Industriale però, il progresso economico si spostò nell’entroterra, lasciando Portsmouth in un lento declino. Un isolamento che la salvò dalla modernizzazione, congelandola nel tempo e preservandone intatto il fascino. Nonostante i devastanti incendi dell’Ottocento, oggi la città è un museo a cielo aperto che vanta la più grande collezione di case storiche d’America e il cantiere navale della Marina più antico della nazione, fondato nel 1800 e ancora attivo.
Da visitare assolutamente lo Strawberry Banke Museum, un museo a cielo aperto affacciato sul fiume che racconta 300 anni di storia e vita americana. Si cammina tra case storiche che poggiano ancora sulle loro fondamenta originali, circondati da giardini d’epoca e accolti da figuranti in costume e artigiani che, con le loro dimostrazioni di antichi mestieri, rendono l’esperienza davvero immersiva. Controllate sempre il sito ufficiale per conoscere gli eventi stagionali.
Per conoscere un’altra storia invece, percorrete il New Hampshire Black History Heritage Trail, un itinerario che porta alla scoperta della storia della comunità afroamericana presente in città fin dal 1645, svelando le vite di coloro che, tra schiavitù e libertà, hanno contribuito a costruire la prosperità del porto. Il cuore pulsante di questo percorso è l’African Burying Ground: un cimitero sacro rimasto sepolto e dimenticato sotto l’asfalto di una strada cittadina per secoli, oggi trasformato in un memoriale di struggente bellezza. Da questo link potete scaricare la mappa per percorrere l’itinerario in autonomia, anche se vi consiglio il tour guidato.
Un’altra attrazione molto interessante di Portsmouth è lo USS Albacore, una leggenda della Guerra Fredda. Costruito senza armi e con il motto Praenuntius Futuri (“Precursore del futuro”), l’Albacore fu progettato per la velocità pura sotto l’acqua. La sua rivoluzionaria forma a goccia, ispirata al design del dirigibile R101 della Prima Guerra Mondiale, cambiò per sempre l’ingegneria navale, aprendo la strada ai moderni sottomarini nucleari come il Nautilus. Salvato dall’oblio nel 1984 grazie alla tenacia di un gruppo di cittadini, l’Albacore è stato trascinato per quasi mezzo chilometro nell’entroterra, dove oggi accoglie i visitatori che possono scoprire la sua storia e le sue stupefacenti – per l’epoca – caratteristiche.


Da qui potete fare una breve deviazione verso New Castle, per vedere il Wentworth By The Sea, quello che venticinque anni fa era un hotel abbandonato, utilizzato nel 1998 per girare alcune scene del film “In Dreams”.
Sorto nel 1874 e ampliato nel sontuoso stile Secondo Impero dal magnate della birra Frank Jones, l’hotel è stato anche cornice di importanti eventi storici. Nel 1905, mentre il presidente Teddy Roosevelt orchestrava la pace (guadagnandosi un Nobel), l’hotel ospitò le delegazioni russe e giapponesi offrendo loro vitto e alloggio gratuiti e fu qui che venne firmato l’armistizio che pose fine alla guerra russo-giapponese, celebrato con l’International Love Fest.
L’hotel fu anche tra i primi luoghi a vedere infrangersi le barriere della segregazione quando, nel 1964, Emerson e Jane Reed furono i primi afroamericani a cenare nel suo ristorante. Successivamente, conobbe il declino e venne chiuso nel 1982. Nel 1995 arrivò a un passo dalla demolizione ma fu il suo inserimento nella lista dei “Luoghi più a rischio d’America” e l’attenzione di History Channel a riscrivere il finale. Salvato in extremis e magnificamente restaurato, ha riaperto i battenti nel 2003.
On the road in New England: Ogunquit
A soli 23 minuti da Portsmouth si trova Ogunquit, tra i luoghi scelti da Stephen King per “L’Ombra dello Scorpione”.
Siamo in Maine e fino al 1980, questa piccola e deliziosa cittadina faceva ancora parte della vicina Wells con cui ha combattuto per decenni una disputa su chi dovesse pagare per i lampioni stradali. Le continue tensioni e le battaglie legali hanno portato infine a un “divorzio municipale”, che ha sancito l’indipendenza di Ogunquit il 1° luglio 1980, celebrata con i più grandi fuochi d’artificio mai visti in paese.
Imperdibile la passeggiata lungo la Marginal Way, un sentiero lastricato lungo circa 2 km affacciato sul mare, donato dal 1923 da Josiah Chase. Ci si può sedere su una delle 39 panchine situate lungo il percorso, per ammirare l’oceano, i cespugli di rose o il piccolo faro del porto.
Il sentiero porta a Ogunquit Beach, una distesa di sabbia chiara a cui si accede percorrendo un ponte del 1888, e termina a Perkins Cove, il piccolo porto. Un tempo esposto alla furia delle maree, fu trasformato in un porto sicuro scavando a mano un canale verso il fiume. Qui, tra gallerie d’arte e ristorantini, si trova l’unico ponte pedonale in legno ancora azionato a mano.
Perfino questo piccolo paese costiero ha una forte connessione con il cinema: è sede dell’Ogunquit Playhouse, fondato nel 1933 e leggendario perché attirava le più grandi stelle del cinema che volevano “sgranchirsi” recitando dal vivo lontano dai riflettori di Los Angeles. Qui hanno recitato mostri sacri come Bette Davis, Steve McQueen e Myrna Loy. Oggi vi recita spesso Sally Struthers, l’indimenticabile Babette di Una mamma per amica, che si è anche guadagnata la cittadinanza onoraria.

On the road in New England: Kennebunkport
A solo 18 km da Ogunquit si trova Kennebunkport, per me la più bella cittadina costiera del Maine.
Le sue radici affondano nella preistoria: le prime tracce di attività umana risalgono a 7.000 anni fa, quando la zona, chiamata Nampscoscock, era abitata dalle comunità Almouchiquois. L’area fu incorporata per la prima volta nel 1653 con il nome di Cape Porpus, sotto il governo della Massachusetts Bay Colony. Tuttavia, la forte resistenza degli Abenaki all’espansione coloniale portò gli insediamenti europei ad abbandonare la zona nel 1689, per poi tornarvi solo dopo una decina d’anni. La Wabanaki Confederacy espulse nuovamente gli inglesi tra il 1703 e il 1717, continuando la resistenza fino alla fine della Guerra di Re Giorgio nel 1748. In quei decenni – e anche dopo l’ingresso del Maine negli Stati Uniti – insediamenti indigeni e coloni inglesi coesistevano. Durante il dibattito sull’Indian Removal Act, gli abitanti di Kennebunk inviarono al Congresso una dichiarazione a favore della tutela dei diritti e delle proprietà delle popolazioni native. Comunità Penobscot e Passamaquoddy rimasero nella zona almeno fino al 1880 e nel 1821 il nome ufficiale della cittadina tornò a essere Kennebunkport.
Oggi il cuore di Kennebunkport è la pittoresca Downtown, dove l’atmosfera marinara si mescola a boutique d’élite, gallerie d’arte, shack di pesce e birrerie artigianali. Si può fare una bellissima passeggiata tra Dock Square e Union Street, per poi perdersi nel distretto storico, dove le vecchie case dei capitani di mare e le sfarzose summer cottage dei magnati della Gilded Age testimoniano i fasti del periodo coloniale e della cantieristica navale.
Ancora più bella è Ocean Avenue, una strada lunga circa 3 km che regala scorci da cartolina e incornicia dimore sontuose, fino alla celebre Walker Point, l’iconica tenuta estiva della famiglia Bush. Lungo la strada, fate una sosta alla Chiesa Episcopale di St. Ann’s, un suggestivo gioiello in pietra che, con il suo altare esterno, offre un momento di pace e una vista mozzafiato sulla scogliera. L’itinerario si conclude a Cape Porpoise, un villaggio di pescatori dove l’eleganza lascia il posto alla rusticità del molo, offrendo una vista privilegiata sul Faro di Goat Island e l’occasione perfetta per gustare una chowder nell’atmosfera autentica del Maine.

On the road in New England: Portland
Altri 46 km verso Nord e si raggiunge la più famosa Portland, con il suo iconico faro, base operativa segreta degli Agents of Shield nelle stagioni 5, 6 e 7 della serie TV. É anche apparso, innevato, nel film La neve cade sui cedri, grazie alle riprese fatte durante la Grande Tempesta di Neve del 1998.
La penisola in cui si trova Portland era la Machigonne degli Eastern Abenaki, il “grande promontorio”, un luogo ricco di risorse perfetto per la pesca. Il primo europeo a tentare un insediamento fu Christopher Levett, nel 1623, ma la colonia fallì e il villaggio prese forma nel 1632 come Casco, diventando poi Falmouth sotto la Massachusetts Bay Colony. Nel 1775, la Royal Navy incendiò Falmouth durante la Rivoluzione Americana e, dopo il conflitto, la città rinacque come porto commerciale adottando il nome Portland, ispirato all’Isle of Portland inglese. Il ruolo della città crebbe tra fine Settecento e inizio Ottocento, nonostante le difficoltà dell’Embargo Act – una legge che vietava alle navi americane di commerciare con i porti stranieri, con l’intento di esercitare pressioni su Gran Bretagna e Francia affinché rispettassero la neutralità degli Stati Uniti durante le guerre napoleoniche – e della Guerra del 1812. Nel 1820 divenne la prima capitale del nuovo Stato del Maine.
Oggi Portland è una città dinamica, accogliente, facile da esplorare a piedi: un mix di architetture storiche, caffè, botteghe e scorci sull’oceano.
Imperdibile ovviamente il Portland Head Light, simbolo del New England costiero nonché il faro più antico del Maine, che ne conta ben 69.
Si trova a Cape Elizabeth, all’interno del Fort Williams Park, e fu realizzato per volere di George Washington, anche se non fu semplice riuscire a costruirlo.
Tutto ebbe inizio nel 1787, quando il tribunale del Massachusetts stanziò 750 dollari per la sua costruzione. Fu poi George Washington, nel 1790, ad autorizzare lo stanziamento di ulteriori 1.500 dollari per completarlo, affidando i lavori ai muratori John Nichols e Jonathan Bryant. I due usarono pietre di macerie locali, “prese dai campi e dalle rive”. Il 10 gennaio 1791, la luce del faro – alimentata da 16 lampade a olio – si accese per la prima volta.
Nel tempo, il faro cambiò forma diverse volte: originariamente era alto circa 22 metri ma fu abbassato di 6 metri nel 1813 perché la luce finiva oscurata dalla nebbia alta. Nel 1864, invece, la tragedia del naufragio della nave passeggeri Bohemian, che costò la vita a 40 immigrati irlandesi, costrinse a ripensare tutto: la torre fu nuovamente innalzata – usando mattoni e non più pietre grezze per la parte superiore – e dotata di una potente lente di Fresnel, prendendo la forma che ci presenta ancora oggi. Anche il poeta Henry Wadsworth Longfellow veniva spesso qui a sorseggiare bevande fresche con il guardiano, trovando ispirazione nel ritmo ipnotico del mare.
Ma la scena marittima di Portland non finisce qui e si può percorrere un breve itinerario dedicato ai fari.
Spostandosi verso South Portland si trova lo Spring Point Ledge Light, un faro del 1897. Per raggiungerlo bisogna camminare su una diga di granito lunga quasi 300 metri, un percorso sospeso tra le onde che permette di toccare con mano la struttura. Poco distante, ecco il Portland Breakwater Light, affettuosamente chiamato “Bug Light” per le sue dimensioni ridotte. Costruito nel 1875, è stato disegnato dall’architetto Thomas U. Walter (lo stesso della cupola del Campidoglio a Washington) e ha le fattezze di un tempio greco in miniatura, completo di colonne corinzie.
Infine, si può passeggiare nell’Old Port. Qui, l’eredità vittoriana della città sopravvissuta al Grande Incendio del 1866 si manifesta in un labirinto di mattoni rossi e strade in pavé. Quelli che un tempo erano magazzini per la melassa e il grano, oggi sono il cuore di una Portland rinata, tra gallerie d’arte, boutique e una scena gastronomica che ha reso la città una delle capitali foodie d’America. È il luogo ideale dove sedersi e ordinare una lobster roll.

On the road in New England: Augusta
A 90 km da Portland, salendo ancora verso Nord, si trova la capitale del Maine, Augusta, una città sempre poco considerata dai turisti – noi l’abbiamo trovata vuota – ma è un grosso sbaglio, perché merita davvero una visita (ed è stata utilizzata come location nel film The Congressman).
Considerata la capitale più a Est degli Stati Uniti, si trova sul fiume Kennebec e fu abitata per secoli dalle tribù di lingua Algonchina prima che, nel 1628, i coloni di Plymouth vi stabilissero “Cushnoc”, un solitario avamposto commerciale. Proprio su quelle tracce, nel 1754, venne eretto Fort Western per proteggere i nuovi insediamenti, segnando l’inizio di una trasformazione che avrebbe portato la città a cambiare volto e nome — da Hallowell a Harrington e infine Augusta nel 1797 – e ad essere incoronata Capitale dello Stato nel 1827.
Imperdibile una visita all’Old Fort Western, il forte in legno più antico degli Stati Uniti, risalente al 1754, durante la guerra franco-indiana. Qui la storia viene raccontata da simpatiche guide in abiti d’epoca… le quali utilizzano anche il linguaggio del 1700! Un tour dove si impara, si ride, si scopre la storia e la vita del XVIII secolo, camminando all’interno del vecchio forte in legno, perfettamente conservato grazie al restauro che venne compiuto negli anni Venti del Novecento.
In origine, queste mura racchiudevano un microcosmo autosufficiente: ospitavano la bottega di un fabbro, un emporio completo per lo scambio e l’acquisto di merci, gli alloggi del capitano e le camerate per i soldati. L’intera operazione fu voluta da una compagnia di Boston, decisa ad assumere il controllo dell’area per espandere i propri interessi commerciali e politici. La posizione era infatti strategica, perfetta per ricevere i rifornimenti via nave da Boston, scaricarli e smistarli risalendo il fiume fino a quello che allora era noto come Fort Halifax, nell’odierna Winslow.
Il forte rimase pienamente operativo dal 1755 al 1767 sotto il comando del Capitano James Howard e i 24 uomini che guidava. Le loro giornate si dividevano tra la protezione del perimetro da eventuali attacchi, la riparazione delle imbarcazioni e la logistica dei rifornimenti verso Fort Halifax. Quando, nel 1767, la struttura fu dismessa dall’uso militare, William Howard, figlio del Capitano, e sua moglie Martha con i loro cinque figli, si stabilirono nell’ala nord della Guarnigione. Il piano terra cambiò volto: divenne prima un’agenzia immobiliare per la compravendita di terreni locali e poi un negozio rifornito di prodotti in arrivo da Boston. Gli affari prosperarono al punto che, nel 1807, l’attività commerciale fu trasferita in uno spazio più ampio lungo la strada. Fu così che, verso la metà del 1850, l’antica fortezza subì un’altra metamorfosi, venendo frazionata in una serie di appartamenti popolari.
Questa fase residenziale durò fino al 1919, quando gli edifici, logorati dal tempo, divennero fatiscenti e invivibili. Entrò allora in scena la famiglia Gannett, discendenti diretti del Capitano Howard, che chiese alla città di liberare la proprietà dagli inquilini e dalle attività commerciali per poterla salvare. Ci vollero due anni di lavori per ricollocare le persone, ricostruire i fortini di legno e restaurare i numerosi elementi del complesso. Al termine dell’opera, i Gannett donarono la proprietà alla città di Augusta affinché ne facesse un museo, che aprì i battenti nel 1922. A confermare la straordinaria stratificazione storica del luogo ci hanno pensato diverse campagne di scavo archeologico negli anni ’80: dal terreno sono emersi oltre 17.000 manufatti, alcuni risalenti addirittura agli anni Venti del Seicento, oggi esposti nella proprietà.
La visita inizia all’esterno con giochi storici in legno – perfetto per chi viaggia con bambini! – e prosegue nel Cushnoc Trading Post, dove i reperti archeologici e una grande barca fluviale raccontano i primi scambi commerciali. Nel Blockhouse si scopre invece l’arte della difesa militare: al secondo piano spiccano i cannoni (coperti da pelli di agnello contro la ruggine), mentre i murales al piano terra narrano le rotte navali da Boston.
Il cuore del percorso è il Garrison, l’edificio principale che svela la vita quotidiana del Settecento. Al piano terra si esplorano il vecchio negozio con i registri contabili originali e la cucina, dotata di un ingegnoso scivolo per la cenere usata per fare il sapone. I piani superiori ospitano l’intimità della famiglia Howard: tra strumenti di navigazione, telai per tessere e mobili originali del 1799, si trova anche la camera di Martha con il letto a corde. Il tour si chiude con un salto temporale nell’appartamento ricostruito del 1880, testimonianza dell’epoca in cui il forte divenne un alloggio popolare.
Oltre a questo, Augusta custodisce un passato cinematografico quasi dimenticato.
Tra il 1918 e il 1920, la città divenne il set di una casa di produzione vera e propria: la Edgar Jones Productions, fondata dal regista e attore Edgar Jones. L’idea era sfruttare i paesaggi selvaggi del Maine per girare i cosiddetti “North Woods dramas” (film d’avventura ambientati nei boschi del nord), un genere popolarissimo all’epoca. E proprio qui una giovanissima Mary Astor (che decenni dopo sarebbe diventata leggendaria come la femme fatale ne “Il mistero del falco” con Humphrey Bogart) mosse i suoi primi passi da attrice. A soli 13-14 anni, la Astor girò ad Augusta film muti come The Beggar of Cawnpore o pellicole prodotte dallo scrittore locale Holman Day, che aveva trasformato la sua tenuta in un vero studio cinematografico.
Tracce di questo passato si ritrovano nel Colonial Theatre, oggi in fase di restauro. Costruito nel 1913, è qui che le pellicole della Edgar Jones Productions venivano proiettate in anteprima per i cittadini. In attesa che i lavori vengano terminati, la sua facciata è ancora visibile, testimone dell’epoca in cui Augusta sognava di essere Los Angeles.

On the road in New England: Littleton
Questo è uno dei tratti più lunghi da percorrere: 196 km verso Ovest, sconfinando in New Hampshire.
In realtà Littleton, situata all’estremità settentrionale delle White Mountains, non era prevista nel nostro itinerario ma, strada facendo, ci siamo passati in mezzo e non abbiamo potuto fare a meno di fermarci.
Abbiamo camminato dentro un ponte coperto, comprato pane e formaggio ad un mercatino rionale, passeggiato in questo paesino pieno di colori che trasmette solo allegria e incontrato Pollyanna… o meglio, la sua statua, perché l’autrice del libro, Eleanor Emily Hodgman Porter, è nata proprio a Littleton e per renderle omaggio hanno costruito una statua in bronzo, inaugurata nel 2002, dedicata alla piccola protagonista che si dilettava nel “gioco della felicità” – che valse un Oscar speciale a Hayley Mills nel classico Disney del 1960 – e che incarna lo spirito della cittadina.
Incredibilmente, questa la piccola Littleton custodisce una storia affascinante legata in un certo senso al cinema: quella di Benjamin ed Edward Kilburn, ex operai di fonderia che, grazie a un mix di genio meccanico e visione artistica, trasformarono questa cittadina nella capitale mondiale dell’immagine stereoscopica.
Tutto ebbe inizio dopo la Guerra Civile, quando Benjamin, veterano e appassionato alpinista, si trovò di fronte a un problema: le fotografie tradizionali, “piatte”, non rendevano giustizia alla vertiginosa maestosità delle White Mountains che tanto amava fotografare. Le cime sembravano schiacciate, prive di quella profondità che lui vedeva dal vivo. La soluzione arrivò unendo le conoscenze chimiche del fratello Edward, apprese da un dagherrotipista locale, con la tecnica della stereoscopia: scattare due foto quasi identiche che, guardate attraverso un visore binoculare, ingannavano il cervello ricreando un perfetto effetto 3D.
Benjamin poi andò oltre: per catturare gli angoli più impervi e spettacolari, dove era impossibile piazzare i pesanti treppiedi dell’epoca, inventò e brevettò la leggendaria Gun Camera, una macchina fotografica montata su un calcio di fucile, che gli permetteva di “sparare” scatti a mano libera stando in equilibrio sui crinali.
Benjamin e Edward avevano un piccolo studio fotografico: il primo era quello che andava all’avventura scalando le vette e riportando le immagini al fratello, che le imprimeva sulla pellicola. Tutti i turisti che arrivavano a Littleton, volevano riportare a casa un pezzo di quelle montagne e cercavano le immagini dei fratelli Kilburn. La richiesta esplose a tal punto che il piccolo studio non bastava più e decisero di costruire una fabbrica su Cottage Street – al civico 96, dove oggi si trova un cartello commemorativo – all’interno di un edificio progettato appositamente con enormi finestre a sud per sfruttare la luce naturale necessaria allo sviluppo di massa. Poco dopo, i due fratelli fecero il grande salto: inventarono una rete di distribuzione capillare, inviando un esercito di giovani venditori direttamente sui treni che attraversavano il New England, intercettando i viaggiatori ancora prima che scendessero in stazione. Grazie a questa mossa, la produzione schizzò alle stelle: dalle poche decine iniziali, i 52 dipendenti della fabbrica arrivarono a sfornare 3.000 vedute al giorno, toccando picchi di 600.000 l’anno.
I loro scatti, le famose Stereoscopic Views, portarono nelle case degli americani non solo il New Hampshire, ma le meraviglie d’Europa e i grandi eventi storici.
In pratica, sono i nonni del 3D, al punto che il principio che usavano (la stereoscopia) è esattamente lo stesso che James Cameron ha utilizzato per Avatar: ingannare il cervello mostrandogli due immagini leggermente diverse per creare un mondo immersivo.

On the road in New England: Stowe
Altri 110 km verso ovest per fermarci in Vermont,“The Green Mountain State”.
Uno dei luoghi più naturali che abbia mai visto e che ci tiene a rimanere tale, tanto che qui per legge sono vietati i classici cartelloni pubblicitari delle autostrade americane, per non coprire la vista sullo splendido paesaggio.
Stowe è uno dei paesi più belli e caratteristici dello Stato e anche lui può vantare, in un certo senso, una connessione con il cinema che conoscono in pochissimi.
Avete presente il film “Tutti insieme appassionatamente” (The Sound of Music, il titolo originale)? Protagonista della storia è Maria, una novizia austriaca poco portata per la vita del convento. Viene quindi inviata a fare da istitutrice per i sette figli del comandante dell’ex Marina imperiale austriaca, Georg Ritter von Trapp, vedovo da alcuni anni. Ma anche qui saranno l’amore di Maria per la musica e il canto a prevalere, passioni con le quali conquisterà i bambini prima, il comandante poi, e, infine, salverà tutti loro dai nazisti.
La storia è reale, tratta dal romanzo autobiografico di Maria intitolato La famiglia Trapp, pubblicato nel 1949.
Dopo che Maria, George e i bambini sono riusciti a fuggire dai nazisti, si sono rifugiati prima in Svizzera, poi in Italia e infine negli Stati Uniti dove si sono fermati prima a New York, poi a Philadelphia e infine si sono sistemati… indovinate dove? A Stowe, Vermont. Come ha raccontato Johannes, uno dei figli di Maria e Georg: “Il Vermont era simile all’Austria. C’erano paesi con chiese dai campanili slanciati, i villaggi erano circondati da fattorie e da lì si innalzavano montagne ricoperte di foreste. Quindi, la mia famiglia si è sentita a casa qui.”
Oggi, a Stowe si può soggiornare – o anche solo vedere – nel Von Trapp Family Lodge & Resort, che sembra proprio un tradizionale albergo austriaco (c’è anche una loro fattoria dove vengono allevate le Highland Cow!) per scoprire la storia della famiglia e vivere tante bellissime esperienze.
Stowe è il classico villaggio del New England da cartolina: campanili bianchi che svettano contro le montagne verdi e l’aria che profuma di sciroppo d’acero.
La sua Downtown è l’incarnazione perfetta del termine pittoresco: passeggiare lungo la Main Street significa perdersi tra boutique indipendenti e General Stores che sembrano fermi nel tempo, come lo Stowe Mercantile o lo Shaw’s General Store, che sembra uscito da un villaggio del vecchio West.
Tip: prima di lasciare il centro, raggiungete il parcheggio del negozio Tangerine & Olive. Da qui potete catturare l’inquadratura più famosa del Vermont, con la chiesetta bianca – la Stowe Community Church – perfettamente incorniciata dalle montagne sullo sfondo. C’è proprio un parcheggio dedicato per godersi il viewpoint (per quanto sia possibile farlo durante l’alta stagione).
A sovrastare la città si trova il Mount Mansfield, la vetta più alta dello Stato. Ci sono due modi per vederlo: percorrere in auto la storica Auto-Toll Road, una strada a pedaggio sterrata e tortuosa costruita nel 1870, che si arrampica per sette chilometri regalando viste mozzafiato sul Lago Champlain; oppure, più comodo e divertente, la Gondola dello Stowe Mountain Resort, che vi porterà in quota sorvolando le foreste.
Una sosta obbligatoria è il Cold Hollow Cider Mill – a circa 10 km da Stowe – una vera istituzione ospitata in una fattoria dell’Ottocento. Qui, già dal parcheggio sentirete profumo di mele cotte e, in alta stagione, troverete lunghissime file – la nostra arrivava fuori dal negozio – per assaggiare le loro famose Cider Donuts, ciambelle al sidro servite calde che si possono accompagnare a un bicchiere di sidro speziato. Anche se, personalmente, abbiamo trovato molto più buono il loro succo di mela.
Infine, altra cosa da provare è un giro in carrozza – o in slitta, se andate in inverno – nei dintorni della città. Noi ci siamo affidati a Gentle Giant & Wagons Rides, per un giro di circa 30 minuti al costo di 80$. Siamo passati sotto un piccolo ponte coperto rosso, attraversato un sentiero nei boschi e una vallata (trovate il video sulle storie Instagram). Sembrava di essere in un libro di Jane Austen!

On the road in New England: East Corinth, Bethel, Woodstock, Reading
Ora si inizia a scendere verso sud. Questo breve itinerario di 50 km (parte da Bethel, che si trova a circa 88 km da Stowe) è una piccola chicca cinematografica.
Prima tappa è East Corinth, più conosciuta come Winter River, la città immaginaria di Beetlejuice.
Gli interni furono girati negli studi di Hollywood, ma per gli esterni Tim Burton cercava un luogo che fosse “la caricatura perfetta del New England” e la trovò qui.
Riconoscibili a prima vista sono la Masonic Hall – nel film la scuola per ragazze di Miss Shannon – e il General Store, trasformato per l’occasione nel ferramenta Maitland.
Il ponte dove muoiono i Maitland esiste ancora, ma non è un ponte coperto. Al momento delle riprese, il ponte era costituito solo da alcune assi e un paio di parapetti, ora è un ponte in cemento più moderno. Si trova su Chicken Farm Road, vicino all’incrocio con Village Road.
Invece la casa dei Deetz dove si svolge gran parte del film, è stata costruita appositamente sul posto ed era per lo più solo una facciata. Si può vedere però la collina su cui è stata costruita la casa (e accontentavi di vedere la collina dalla strada, senza avvicinarvi, perché un minaccioso cartello sulla strada recita “Se fossi in te tornerei indietro”… forse messo da chi vive lì, stanco di chi va a sbirciare dentro casa loro).
Bethel è la città natale di Barton MacLane, leggendario villain del film Casablanca ma anche la “terra promessa” del film Io Sono Leggenda (anche se Bethel non fu usata come location del film, girarono in New Jersey).
Curiosità: ciò che rende famosa questa città è il suo speciale granito, il Bethel White Granite, l’unico al mondo ad essere bianco puro come il marmo ma indistruttibile. É stato usato per tantissimi monumenti negli Stati Uniti: la Union Station di Washington D.C., il National Museum of Natural History e perfino a Parigi, per rivestire il Grande Arche de la Défense dopo che il marmo di Carrara, con cui era stato originariamente costruito, ha iniziato a sgretolarsi.
Woodstock è la quintessenza dei villaggi del Vermont. Perfetto e curato in ogni dettaglio, venne utilizzato per vestire i panni della città immaginaria di Milburn, per il film “Ghost Story” (Storie di Fantasmi) del 1981, che riuniva quattro leggende della Old Hollywood: Fred Astaire, Melvyn Douglas, Douglas Fairbanks Jr. e John Houseman. Purtroppo, è stato anche l’ultimo film di Fred Astaire.
Reading ospita la fattoria più fotografata al mondo, la Jenne Farm, l’iconica fattoria di Forrest Gump. Oggi è una proprietà privata con accesso limitato per il pubblico e nei periodi di alta stagione la strada per raggiungerla potrebbe essere chiusa, a causa dei troppi affollamenti.
È stata usata anche per girare molte pubblicità e per il film L’allegra Fattoria del 1988 con Chevy Chase.


On the road in New England: Yankee Candle Village
Continuiamo a scendere verso sud, percorrendo 138 km – partendo da Reading – per torvarsi di nuovo in Massachusetts.
Questa tappa non c’entra nulla con il cinema ma adoro le candele Yankee Candle, quindi non potevo non inserirla nel nostro itinerario. Anche perché non si tratta di un semplice negozio ma di oltre 8300 mq di aree tematiche!
Imperdibile soprattutto in autunno e in inverno, per ammirare il loro villaggio di Natale, il più bello che abbia mai visto all’interno di un negozio (se così si può chiamare…).
Ci sono candele di ogni tipo, dimensione e qualunque profumazione venga in mente. Per chi, come me, ama tutte queste cose, è come ritrovarsi in un parco giochi! Si può anche creare la propria candela, un’esperienza adatta anche ai bambini, che possono provare a fare la loro di forme e colori diversi (stella, dinosauro…) partendo proprio dalla cera.
E poi ci sono ristoranti, negozi in cui si trova di tutto per la casa (hanno cose meravigliose!), piazzette, l’area dei giocattoli… e perfino il museo che racconta la storia delle Yankee Candle e il procedimento con cui vengono create.
Nel caso tutto questo non bastasse, c’è anche l’esterno, sempre squisitamente allestito, in cui vengono fatti allestimenti, laboratori per bambini, esibizioni musicali e artistiche… la cosa più difficile è andare via!

On the road in New England: New Milford
180 km verso sud-ovest, per arrivare a Stars Hollow… o quasi.
Siamo in Connecticut e New Milford è una tappa imperdibile per gli amanti di Gilmore Girls (Una mamma per amica, qui ho raccontato l’itinerario completo e se avete un paio di giorni in più, potete integrarlo a questo itinerario) ma anche per gli amanti di Adam Sandler. La cittadina, infatti, è stata trasformata in Mandrake Falls per il film “Mr Deeds”. La pizzeria “Deeds Pizza” fuori dalla quale Longfellow Deeds leggeva i suoi biglietti di auguri, si trova al 31 di Bank Street. In realtà oggi allo stesso civico si trova lo Sparrow Restaurant, ma anche durante le riprese del film nella realtà la pizzeria non esisteva, l’allora “Bistrot Cafè” venne trasformato per l’occasione.
Ma New Milford è anche il paese che ospita storie vere e leggende che hanno dato vita a film e perfino a un intero genere cinematografico.
Forse qualcuno ricorderà il film “La casa dei nostri sogni” (Mr. Blandings Builds His Dream House) del 1948, con l’immenso Cary Grant. È la commedia che ha inventato il genere “coppia di città che si trasferisce in campagna e affronta un disastro edilizio dopo l’altro”… The Money Pit con Tom Hanks, deve tutto a questo film. Ebbene, quella storia è vera ed è nata qui. Il film è tratto dal romanzo autobiografico di Eric Hodgins, che raccontò la sua disastrosa e costosissima esperienza reale nel costruire la sua casa colonica proprio a New Milford, nella zona di Merryall. Eric era un dirigente della Time Inc. e ne 1939 pagò 56.000 dollari dell’epoca, contro un budget di 11.000, per acquistare quella casa, azione che lo portò quasi alla bancarotta, esattamente come nel film.
Infine, un pizzico di horror.
A circa 6 km da New Milford si trova il Candlewood Lake. Secondo la storia locale, questo lago artificiale venne creato nel 1926, sommergendo letteralmente il vecchio villaggio di Jerusalem, che si trovava qui. A farlo fu la Connecticut Light & Power Company e molti sommozzatori hanno confermato che sotto le acque del lago si trovano ancora i resti di muretti, strade e fondamenta.
A questa storia si sono ispirati per il film Candlewood, un horror uscito proprio a marzo di quest’anno e al momento distribuito solo negli Stati Uniti (potete vedere trailer e recap su YouTube, in inglese).
Anche se passeggiare per l’incantevole Main Street e la Downtown di New Milford, fa dimenticare ogni pensiero negativo. L’esatto opposto dell’horror!

On the road in New England: Providence
Iniziamo a prendere la strada verso Boston, per le tappe finali di questo viaggio.
A 233 km verso Est da New Milford, si arriva a Providence, Rhode Island. Patria del Maestro della letteratura horror H.P. Lovecraft (personalmente lo amo, ho letto tutti i suoi libri), è la città che ha dato vita e forma alla sua immaginazione.
Il miglior modo per visitare la città è proprio – secondo me – attraverso un walking tour sui luoghi di Lovecraft. Lo si può fare in autonomia, scaricando la mappa sul sito H.P. Lovecraft Archive.
Il tour tocca tutti i luoghi legati al Maestro e ai suoi romanzi ma anche luoghi iconici della città, come la Old State House, luogo in cui il Rhode Island dichiarò la sua indipendenza dall’Inghilterra il 4 Maggio 1776, prima di qualunque altro Stato – e la cui cupola ha servito spesso come “controfigura” del Campidoglio di Washington in molte produzioni hollywoodiane, come Amistad di Spielberg – o la Brown University. Si trovano entrambi lungo Benefit Street, la via più bella della città. Chiamata anche “The Mile of History”, ospita una delle più vaste collezioni di architettura coloniale e vittoriana degli Stati Uniti. È un vivace e denso mix di istituzioni civiche, educative, culturali e religiose intervallate da residenze unifamiliari e plurifamiliari di importanza storica. Tra le case, spicca la John Brown House, dimora del primo “milionario” americano, che Lovecraft stesso definì “magnifica”.
Tappa obbligata, sempre lungo Benefit Street, è senza dubbio il Providence Athenaeum, l’edificio a forma di tempio neoclassico che deve il suo nome ad Atena, dea della saggezza, e la sua straordinaria collezione di libri alla Providence Library Company, fondata nel 1753 da un gruppo di cittadini desiderosi di leggere ma economicamente impossibilitati a farsi spedire i libri dall’Europa. Così, decisero di mettersi insieme e condividere spese e volumi. Curiosando tra gli scaffali, sotto lo sguardo severo di un ritratto a grandezza naturale di George Washington o vicino al busto di Lovecraft, ci si può imbattere in tesori come un’edizione del 1855 di Foglie d’erba con appunti autografi di Walt Whitman o una rara illustrazione di Manet dedicata a Il Corvo. Ed è proprio qui che Edgar Allan Poe corteggiava la poetessa Sarah Helen Whitman e che Guillermo del Toro – che da anni sogna di girare “Alle Montagne della Follia” – e speriamo riesca a farlo – si rifugia ogni tanto per fare ricerche e trovare ispirazione.
Providence è anche capace di passare dal gotico alla commedia e di toccare la magia Disney. Attraversando la famosa pigna che segna l’ingresso di Federal Hill, vi ritroverete nella “Little Italy” della città. Qui, lungo Atwells Avenue, tra profumo di soffritto e pasticcerie storiche, le sorelle Sanderson sono tornate a volare nel sequel di Hocus Pocus. Se notate l’imponente Cranston Street Armory, un castello militare di mattoni rossi, è stato proprio il teatro di posa segreto per le scene aeree delle streghe.
Infine, se passate sulla I-95 per lasciare la città, tenete gli occhi aperti per vedere il Big Blue Bug, una termite gigante di 17 metri, appollaiata sul tetto di un edificio, immortalata dai fratelli Farrelly – figli del Rhode Island – nel loro cult Scemo & più scemo. Un simpatico saluto veloce prima di puntare verso la penultima tappa.

On the road in New England: Plymouth
Torniamo ancora in Massachusetts, guidando per circa un’ora verso nord-est da Providence, si raggiunge Plymouth, la fine del nostro itinerario ma l’inizio, così possiamo dire, della storia degli Stati Uniti.
È qui che, nel 1620, la Mayflower gettò l’ancora, portando con sé quel gruppo di Padri Pellegrini che avrebbero poi fondato le prime colonie. Il punto esatto in cui sbarcarono è segnato dalla Plymouth Rock, una roccia di granito oggi segnata da una crepa e protetta come una reliquia in un portico in stile greco. Ormeggiata vicino alla roccia, si trova la Mayflower II, la riproduzione – visitabile – della Mayflower originale. Costruita nel 1955 nel Devon, in Inghilterra, grazie alla collaborazione tra Warwick Charlton e quello che oggi è il Plimoth Patuxet Museums, partì da Plymouth, in Inghilterra, nel 1957 con un equipaggio di 33 uomini guidati dal capitano Alan Villiers. Quando una violenta burrasca li colpì ormai in vista delle coste del Massachusetts, nessuno a bordo sapeva come gestire una nave del Seicento in quelle condizioni, ma Villiers si ricordò di un passaggio nel manoscritto originale del 1620 (Of Plimoth Plantation), dove il Governatore Bradford descriveva come la prima Mayflower avesse superato una tempesta simile navigando “a scafo inclinato”. Replicando quella manovra vecchia di tre secoli, la nave sopravvisse alla furia del mare, arrivando trionfante a Plymouth il 13 giugno 1957, accolta da 25.000 persone entusiaste.
A proposito del Plimoth Patuxet Museums, è un luogo da non perdere. Qui il concetto di “storia vivente” viene portato a livelli da Oscar, l’immersione è totale.
Nell’area del museo, si trovano due villaggi ricostruiti: da una parte l’homesite dei nativi Wampanoag, i veri padroni di casa, e dall’altra l’insediamento inglese del 1627. In quest’ultimo, si incontrano attori che interpretano persone reali dell’epoca e che non escono mai dal personaggio: provate a chiedere di fare una foto o di Robert de Niro e vi guarderanno come se foste pazzi, parlandovi nel dialetto inglese del Seicento e raccontandovi delle loro paure per l’inverno in arrivo. È un’esperienza straniante e magnifica.
La chicca: ricordate le prime scene di Hocus Pocus, le riprese aeree di quella che dovrebbe essere la Salem del 1693? Per farle hanno ripreso proprio il Plimouth Patuxet Museums dall’alto!
A Plymouth è stato anche festeggiato il primo Ringraziamento della storia, ed Eli Roth ha deciso di approfittare di questo mito sacro per girare qui il suo horror slasher Thanksgiving, uscito nel 2023. Il regista ha preso l’iconografia intoccabile della città – dai cappelli a fibbia dei Pellegrini alle parate festive – e l’ha trasformata in un incubo, con un killer che indossa la maschera di John Carver, il primo governatore di Plymouth, e terrorizza la città proprio durante la festa più famosa del Paese.

Il viaggio si conclude infine a Boston, proprio da dove è iniziato. Un cerchio perfetto!

