Slave Haven Underground Railroad Museum a Memphis: la storia dell’allevatore tedesco che salvò decine di schiavi

La storia dei Diritti Civili è piena di orribili episodi di violenza e umiliazione ma, fortunatamente, ce ne sono altrettanti di aiuto reciproco e di piccoli e grandi gesti eroici, di collaborazione, di solidarietà e di sostegno. Uno di questi è la storia di Jacob Burkle e della Underground Railroad.

Chi era Jacob Burkle?
Tutte le notizie che si hanno su Jacob Burkle sono state tramandate oralmente, quindi sono scarse e imprecise. Quello che sembra certo è che si trattava di un uomo nato in Germania, Paese da cui fuggì per evitare l’arruolamento nell’esercito prussiano di Otto von Bismarck. Alcuni dicono che inizialmente si stabilì a Stuttgart, in Arkansas, all’epoca poco più di un villaggio, fondata dal reverendo tedesco Adam Burkle ma su questo le date non coincidono benissimo, essendo Stuttgart stata fondata nel 1852. É certo invece che Burkle arrivò a Memphis, considerata all’epoca la più importante città del Tennessee per il commercio di schiavi, dove acquistò dei depositi di bestiame e un panificio, che gli hanno permesso di guadagnare abbastanza per poter diventare benestante.
Nel 1856 – all’incirca – costruì il Burkle Estate, al numero 826 di North Second Street. Burkle faceva già parte dell’Anti-Slavery Movement (gli abolizionisti, il movimento che combatteva per l’abolizione della schiavitù), così decise di dotare da subito la sua casa di un seminterrato speciale, adatto proprio ad accogliere e nascondere gli schiavi in fuga lungo la Underground Railroad.

Di cos’era la Underground Railroad ne ho accennato qualcosa sul post dedicato a Detroit, ma ora voglio raccontarla meglio, senza dilungarmi troppo.

Letteralmente, “Undeground Railroad” significa ferrovia sotterranea ma non si tratta nè di una ferrovia nè di passaggi sotterranei. Il termine veniva usato metaforicamente, dove “Underground” indica la segretezza del percorso e “Railroad” che si trattava di un percorso segnato da varie tappe. John Rankin, un ministro presbiteriano abolizionista, spiegò che era così chiamata perché coloro che vi transitavano scomparivano dalla vista come se fossero finiti sotto terra e venivano poi fatti passare segretamente da un passaggio all’altro, finché non giungevano in uno Stato dove potevano essere liberi. Sembra che il termine fu usato per la prima volta da un giornale di Washington nel 1839, citando un giovane schiavo che sperava di sfuggire alla schiavitù “attraverso una ferrovia che andava sottoterra fino a Boston” . Anche gli uomini mandati a catturare gli schiavi che fuggivano spesso dichiaravano che doveva esserci una ferrovia sotterranea da qualche parte in cui gli schiavi scomparivano senza lasciare traccia.
In realtà, la Underground Railroad era una rete di percorsi segreti, sentieri, chiese, rifugi e case sicure istituita tra l’inizio e la metà del XIX secolo, creata principalmente da afroamericani liberi e abolizionisti, persone che credevano fermamente nel diritto alla libertà di ogni essere umano e che mettevano in pericolo la loro stessa vita pur di aiutare gli altri. Si stima che grazie alla Underground Railroad, solo tra il 1810 e il 1850 hanno trovato la libertà oltre centomila schiavi, quasi la metà di essi raggiungendo il Canada.
Tutto il sistema aveva anche una propria terminologia, utilizzata per mantere quanta più segretezza possibile. Ad esempio, i nascondigli venivano chiamati “stazioni”, i “capistazioni” erano coloro che nascondevano gli schiavi nelle loro case (come Jacob Burkle), gli schiavi fuggiaschi erano i “passeggeri”, le persone che li aiutavano a trovare le stazioni della ferrovia erano gli “agenti” e chi li guidava lungo il percorso i “conduttori”. Per non perdersi e seguire il nord, spesso gli schiavi viaggiavano seguendo l’Orsa Maggiore o la Stella Polare.

Nel 1990, venne approvato un programma di studio speciale, concretizzatasi poi nel National Underground Railroad Network to Freedom Act del 1998 firmato da Bill Clinton, grazie a cui il National Park Service ha (e continua tutt’ora) identificato i luoghi dell’Underground Railroad, per preservarli e raccontare le loro storie e quelle delle persone ad essi collegati.

Ancora oggi, al civico 826 di North Second Street, si trova la casa bianca in legno, in stile antebellum, di Burkle, che riporta direttamente ai tempi appena antecedenti la Guerra Civile.
Nel 1985 la casa venne acquistata da Helen Phillips, che trasformò l’abitazione nello Slave Haven Underground Railroad Museum, un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro. Il museo aprì al pubblico per la prima volta nel 1991 e oggi è gestito da Elaine Turner e dalla sua società Heritage Tours.

Come dicevo, di Burkle si sa poco, perché aveva tutti i motivi per restare anonimo il più possibile. Quasi tutti i documenti che lo riguardavano sono stati bruciati o eliminati ed era una forma di difesa: se qualcuno avesse scoperto che aiutava gli schiavi avrebbe potuto denunciarlo e avrebbero dato fuoco alla sua casa o poteva addirittura finire ucciso. A causa di questa eccessiva segretezza però, alcuni dubitano che Burkle sia stato effettivamente un agente della Underground Railroad, mentre per altri proprio la mancanza di documenti, le testimonianze orali e le caratteristiche particolari della sua casa (come la botola e le scale nascoste), sono tutte prove a favore del suo coinvolgimento.
Burkle, oltre a nascondere gli schiavi nella cantina, nell’intercapedine e nel sottotetto della casa, acquistava schiavi al mercato per poi renderli liberi. Testimonianza di questo è Zia Liddy, una schiava che Burkle acquistò al mercato insieme ad un uomo, la cui identità non è stata mai scoperta, e che tenne a lavorare nella sua casa – trattandoli molto bene – per dare l’impressione di essere uno schiavista e allontanare da lui ogni possibile sospetto. Appena i tempi furono maturi, li liberò, indirizzandoli lungo l’Underground Railroad per renderli liberi.
La visita al museo dura circa un’ora e mostra non solo la storia di Burkle e il sistema con cui nascondeva gli schiavi e li faceva fuggire, ma soprattutto la storia dello schiavismo in America, in particolare nel Sud. Racconta le condizioni aberranti con cui affrontavano il viaggio in nave dall’Africa agli Stati Uniti, costretti a stare stesi tra tavole di legno senza alzarsi per ore e ore, a farsela addosso e a non mangiare nè bere, come funzionavano i mercati degli schiavi e molto altro.
Per noi è stato molto toccante un momento in particolare: ci hanno fatto sedere in una delle stanze e la nostra guida ha iniziato a suonare un tamburo e intonare una delle canzoni che gli schiavi cantavano nei campi. Una ragazza, venuta dalla Georgia per scoprire la storia dei suoi avi che sapeva essere stati schiavi a Memphis, poi liberati, si è commossa fino a piangere, mentre tutti i pochi altri visitatori intonavano la canzone. Lo scopo del museo è proprio questo: raccontare una brutta pagina della storia per far sì che non si ripeta più, per non rendere vani gli sforzi di chi ha anche perso la sua vita per difendere il diritto dell’uomo di essere libero.

Il 21 gennaio 2024, il museo è stato pesantemente danneggiato da un incendio. Al momento è chiuso, in attesa di essere ristrutturato.
Chi vuole aiutarli può fare una donazione qui: https://www.gofundme.com/f/ycu4v-restore-slave-haven-fight-fire-damage

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